Perché i social ci appaiono peggiori di quello che sono

Perché i social ci appaiono peggiori di quello che sono
— Leggi su www.avvenire.it/rubriche/pagine/perche-i-social-ci-appaiono-peggiori-di-quello-che-sono

Annunci

SIAMO TUTTI PERENNEMENTE DISTRATTI!

Ad un osservatore accorto non può sfuggire lo stato di distrazione nel quale siamo immersi. Non possiamo rinunciare al cellulare che consultiamo centinaia di volte al giorno: mentre lavoriamo, mangiamo, guidiamo, guardiamo un film, siamo a letto. Molte sono le conseguenze di questo nostro atteggiamento: intanto non riusciamo più a concentrarci su una cosa alla volta facendo tutto in modo approssimativo. E tanto per sfatare una leggenda metropolitana, il nostro cervello non è concepito per il tanto auspicato multitasking: attitudine a fare più cose contemporaneamente; purtroppo in questo le macchine ci battono clamorosamente. Riusciamo a portare avanti molte cose a patto che svolgiamo rigorosamente una attività dopo l’altra. Da qui lo stress, il senso di inadeguatezza che ci induce alla fretta del giudizio sulle persone e le cose. Ma c’è un altro fattore apparentemente positivo ma che è già diventato negativo: abbiamo debellato la noia. Non ci annoiamo più; non abbiamo più il tempo di farlo: quando dobbiamo aspettare l’autobus, guardiamo i post di Facebook sul cellulare o giochiamo. Ricordo che quando ero piccolo tornando a casa dal collegio mi annoiavo e chiedevo ai miei di farmi fare qualcosa: mi ingegnavo per trascorrere le lunghe ore pomeridiane con occupazioni varie. La noia è un meccanismo che ci rende creativi, stimola il pensiero che è anestetizzato quando siamo concentrati, si fa per dire, sui nostri cellulari. Già il tempo utilizzato per chattare, giocare, smanettare, è letteralmente rubato alle letture, agli incontri con gli amici. Cerchiamo di pensarci ogni tanto tra un messaggio di WhatsApp e l’altro.

NON SAPPIAMO ASCOLTARE!

Quante volte vi sarà capitato di assistere a dialoghi tra 2 persone che si parlano addosso senza prestare il minimo ascolto a ciò che hanno da dirsi; certo che a volte l’eloquio è povero e probabilmente non varrebbe neppure la pena di essere ascoltato. Tutti affannati sul loro binario parallelo che corre accanto a quello del loro interlocutore senza mai incontrarsi in un dialogo minimamente costruttivo. è piuttosto buffo assistervi ma, spesso questi dialoghi sono l’anticamera dell’aggressività e della violenza che da verbale sfocia in quella fisica. Tutti a far prevalere le proprie ragioni, sordi a quelle degli altri. Eppure siamo stati creati con un apparato fonetico e 2 organi preposti all’ascolto ma, evidentemente chi sente non è detto che ascolti. L’ascolto è una pratica complessa che esige un esercizio, una scuola, una disciplina: ne faccio esperienza quotidiana per la mia esigenza di dover leggere ascoltando. Se non sei abituato, dopo alcuni minuti lattenzione è già svanita e ben presto arriva un sonno profondo, pari a quello che sperimenti davanti alla televisione. Per qualcuno l’ascolto è una vera arte; eppure prevalgono i parlatori, quelli che ti intortano, ti plasmano, magari per venderti un prodotto o una ideologia. Ma perchè accade tutto ciò. Forse è sempre stato così, l’uomo apprezza sempre le cose più superficiali, da sempre, non c’è tempo per ascoltare, forse non serve? Servirebbe invece a noi stessi perchè l’ascolto è alla base dell’apprendimento, dell’accoglienza, della pazienza, della meditazione, della ricchezza interiore. La parola invece può essere violenta, maldicente, rumorosa e diventa, consolatrice, generativa, solo se sgorga dopo un lungo periodo di ascolto. Ascoltiamo quindi almeno il doppio di quanto parliamo/ auguriamocelo e lavoriamo per questo.

COSA SI POTREBBE FARE PER VALORIZZARE LE RISORSE DEI DISABILI!

Prendo spunto da un comunicato dell’agenzia Adnkronos del 17-07-2017, UN TANTINO VECCHIO MA ANCORA ATTUALE.

In questo comunicato si sostiene che 8 disabili su 10 sono disoccupati, e che quindi si dovrebbe porre una particolare attenzione per l’inserimento e la valorizzazione dei disabili.

Certo! siamo portati a considerare le persone per quello che non hanno, piuttosto che per quello che, in base ad una analisi più attenta, potrebbero avere, e finiamo per disperdere risorse, capacità facendo pesare sulla collettività questa miopia.

Hai voglia di parlare di valorizzazione e di inserimento con delle cifre così disarmantie deludenti: i pregiudizi, come serpenti, di cui parlavo in un video sul mio canale, resistono e si perpetuano.

http://www.youtube.com/watch?v=f2HEK2nWcBc

In quest ocontesto desolante, la nuova figura del Disability manager, che dovrebbe avere competenze manageriali ed economiche, oltre che psicologiche e sociali, potrebbe giocare un ruolo importante. In Italia si tratta di una figura ancora poco sperimentata ma già ampiamente diffusa in Europa. Mi piacerebbe capire di più, definire meglio il ruolo ma soprattutto sapere quanto margine di man ovra ha: in pratica, cosa può fare di concreto per valorizzare le risorse dei disabili che sono davvero tante e possono contribuire allo sviluppo umano ed economico dell’intera nazione. Chissà se se si riesce ad approfondire questo tema in un qualche modo! Nel caso si potesse, lascio la tribuna aperta:

che idee avete del disability manager?

Può operare concretamente per la valorizzazione delle risorse dei disabili?

Chi è tenuto a promuovere iniziative tese a valorizzare competenze e sensibilità, lo ripeto, utili per tutti?

ACCESSIBILITÀ DEI SERVIZI PUBBLICI A SPORTELLO; A CHE PUNTO SIAMO?

Tutto sembrerebbe scontato: legge Stanca, diversi regolamenti e circolari, che non lascerebbero scampo, ormai il disagio dei cittadini è vecchia storia ….. ma a chi non è mai capitato di aver trovato personale allo sportello decisamente non preparato ad affrontare problematiche inerenti le persone disabili

ma non solo, anche per gli anziani in difficoltà con la tecnologia, che balbetta frasi cariche di ansia che fanno inferocire chi le ascolta.

Già è difficile raggiungere lo sportello: corridoi, scale, tornelli, prenotazione del numero; per non parlare dei bancomat, vero spauracchio anche solo per gli anziani,posto dove apporre la firma, imbarazzo dell’impiegato che, se è incline alla bontà, magari ti aiuta! eccetera.

Nelle leggi e circolari si manifesta il diritto di esprimere la propria volontà in autonomia, ma come? Predisponendo, ad esempio, i servizi in tutti i canali di comunicazione possibili (telefono, mail, internet). In una circolare, 3/17, si raccomanda la formazione del personale, oltre che l’utilizzo dei nuovi strumenti messi a disposizione dalla tecnologia Vengono inoltre date indicazioni: sulla gestione delle attese agli sportelli, sulla mobilità all’interno degli uffici, sulla predisposizione di postazioni adeguatamente attrezzate con ausili assistivi con lo scopo di permettere alle persone di portare a termine le operazioni in autonomia. La circolare sembra chiara ….. ora gli enti pubblici non avrebbero più alibi per ottemperare a queste direttive. Ci riusciranno, oppure prevarrà ancora il pressappochismo, lo spontaneismo, la superficialità che si è impadronita di tutti noi? Ma, che dite! che conosco già la risposta?

Come un non vedente può “vedere” un film senza farselo raccontare?

Sono un appassionato di cinema: mi piace molto frequentare le sale cinematografiche, anche se oggi frequentare il cinema è piuttosto anacronistico: i film ce li vediamo a casa, anche se non è proprio lo stesso.
Il problema si presentava quando era necessaria una descrizione dell’accompagnatore di turno nei momenti privi di dialoghi. Ricordo ad esempio, uno spezzone del film “il pianista”, nel quale ci sono più di 10 minuti senza alcun dialogo: la scena riprendeva ciò che vedeva dalla finestra un ebreo nascosto, un assalto dei partigiani polacchi ad una caserma occupata dai tedeschi. Così poteva accadere che, o il film ci veniva descritto con dovizia di particolari a voce sostenuta provocando le ire dei vicini di posto, oppure quando i nostri accompagnatori, sopraffatti dalla vergogna o troppo presi dalle vicende cinematografiche, si dimenticavano di descrivere particolari significativi. Per non parlare di ciò che avviene a casa dove si finisce per stressare i familiari per sapere qualche particolare: “e allora! cosa sta succedendo”, e lascio solo immaginare il fastidio di dover chiedere e quello di dover rispondere.
Ora esiste una app sugli smartphone che può risolvere questo aspetto. Si chiama Movie Reading, ma come funziona? La si scarica, ci viene proposto un catalogo, ancora troppo povero, si scarica la audio descrizione e si porta il nostro smartphone al cinema. Si attende pazientemente l’inizio del film, si toglie l’illuminazione al cellulare per non dare fastidio in sala, ci si mette la cuffia e si attiva l’app. Questa si sincronizza con l’audio che viene captato e nei momenti in cui la descrizione è necessaria, la si può ascoltare dalla cuffia stessa.
Il video che propongo, consente di farsi un’idea di ciò che avviene. In https://youtu.be/lsguKNyqZEM questo modo si può andare al cinema con gli amici godendo a pieno dei vari passaggi del film.
Ma cos’è una audio descrizione? Praticamente è la lettura di ciò che lo scenografo scrive per dare istruzione agli attori di quali devono essere i gesti da compiere oltre al dialogo e va a coprire gli spazi vuoti nei quali, in assenza di parole, il non vedente non potrebbe avere alcuna informazione.
C’è da augurarsi che questa lodevole iniziativa possa continuare in modo da consentire di inserire nel catalogo l’audio descrizione dei film che escono.

RACCONTARE, RACCONTARSI: MA PERCHÉ?

Prima o poi ci sorprendiamo a raccontare e a raccontarci; Magari davanti ad una birra, con amici, nelle chat e nei social, ma questo aspetto meriterebbe un approfondimento a parte.

E’ innegabile che l’istinto al racconto abita in noi, è innato: proprio come l’aria che respiriamo: ha tramandato avvenimenti per millenni, personaggi politici, sportivi, di spettacolo sentono l’esigenza di raccontare la loro vita; anche noi nei blog, in Facebook raccontiamo con più
o meno superficialità le nostre piccole traversie quotidiane.

Ma perché raccontiamo, a cosa ci serve? Vorrei andare oltre all’esibizionismo pur presente, all’autocompiacimento narcisistico che prima trovavamo nei bar e ora in internet. Chi si racconta vuol riprendere in mano il tempo e coniugare passato, presente e futuro. Per chi crede la Fede cristiana è l’intreccio fra due racconti: quello della nostra esistenza quotidiana con la storia del Signore Gesù. E` che, con il racconto di sé a sé o di sé ad altri, noi ricuperiamo il gusto di vivere. Riprendiamo in mano il tempo e ne intuiamo il senso. Per chi racconta, il tempo non è un capriccioso procedere in balia del caso; né il rigido ripetersi dei cicli della storia. Chi racconta sa coniugare uno sguardo al passato fatto di gratitudine, uno al futuro carico di speranza e uno al presente percepito come ricco di significato e come appello di responsabilità. Raccontare aiuta dunque ad amare la propria vita. Certo, la nostra storia avrebbe potuto essere migliore, con qualche spreco di meno e forse con una dose maggiore di responsabilità. Ma raccontare aiuta a fare pace, a godere della propria vita così come è stata, semplicemente perché è la propria, nei suoi risvolti più nobili e in quelli meno gloriosi, nelle sue conquiste e nelle sue fragilità. Il miglior modo per trovare il «senso» (come significato e come direzione) della propria esistenza è dunque di raccontarla.

VIAGGIO NEL BENE E NEL MALE DEL NOSTRO TEMPO: UN LIBRO DI VALORE ASSOLUTO.

La recensione in video su YouTube. La mia, ovviamente.Questo libro di recensioni ne avrà avute innumerevoli e tutte sicuramente migliori della mia. Questa estate seguendo l’impetuoso fiume delle mie letture, accanto a libri meno impegnati, mi sono piacevolmente imbattuto in “un altro giro di giostra” di Tiziano Terzani.

Di lui a me piace la curiosità instancabile del viaggiatore, la fascinazione del passato unita alla speranza del presente e del futuro, e molto altro. Di frasi estremamente significative riportate nel libro, bisognerebbe riempire un intero taquino così come di molte storie tratte dalla saggezza di varie filosofie e religioni. Ne riporto solo una emblematica sul fatto che per essere testimoni Veri occorre vivere pienamente l’esperienza di ciò che si vuole testimoniare: “Bisogna personalmente fare l’esperienza per capire. Altrimenti si resta solo alle parole che di per sé non hanno alcun valore, non fanno né bene né male”; e di parole nel nostro tempo se ne dicono e scrivono con piglio bulemico.

Ma ecco la storia:

“Gandhi conosceva questa verità e la praticava.

Un giorno una madre gli portò suo figlio. Aveva quindici anni e il medico gli aveva ordinato di non mangiare più zucchero altrimenti la sua vita sarebbe stata in pericolo. Il ragazzo non sentiva ragione, continuava a rimpinzarsi di dolciumi e la madre sperava che Gandhi la potesse aiutare. Gandhi ascoltò, poi disse: «Ora non posso farci niente. Tornate fra una settimana».

Quando tornarono, Gandhi prese il ragazzo da parte e gli parlò. Da allora il ragazzo non toccò più niente di dolce. «Gandhi-ji, come hai fatto?», gli chiesero i suoi seguaci. «Semplice», rispose la Grande Anima. «Per una settimana io stesso non ho toccato zucchero e così, quando ho parlato a quel ragazzo sapevo cosa voleva dire non mangiarlo e sono stato convincente.»

Ah, Gandhi!

Poco prima che fosse assassinato qualcuno gli chiese quale fosse il messaggio della sua vita. E lui rispose: «La mia vita è il mio messaggio»”.

Viaggiare per Tiziano Terzani è stata la sua ragione di vita e, quando gli è stato diagnosticato un cancro, la sua risposta è stata immediata e istintiva: continuare a viaggiare concretamente e simbolicamente alla ricerca … Anche il tema della morte che noi esorciziamo con metodo, è affrontato con originalità in questo libro.

Lascio il link per l’acquisto eventuale su Amazon, nel caso foste stati minimamente incuriositi. Io lo ho letto, o meglio ascoltato, su Audible: una piattaforma sempre più ricca ed interessante di audiolibri. L’ascolto, se il lettore è bravo, risulta davvero coinvolgente.

 

Audible:

www.audible.it