Quando non esistevano.

Smartphones ed affini.

Riporto uno stralcio di questo post. Non per nostalgia dei tempi andati: non credo a tempi migliori o peggiori. Solo credo che l’equilibrio sia una meta difficile da raggiungere ma importante. Quando devi scrivere e dare una risposta che viaggia per settimane o giorni, devi ragionarle per evitare fraintendimenti. Avete notato quanto sia facile essere fraintesi o fraintendere con un normale messaggino?

Quando non esistevano gli smartphone e l’adsl, le comunicazioni erano più lente e perciò i rapporti interpersonali suscitavano alcune emozioni forse sconosciute agli adolescenti di oggi. Incontrarsi con amiche e amici, darsi appuntamenti, rendersi rintracciabili erano tutte operazioni che avvenivano senza l’eterna presenza di cellulari, whatsapp e simili. Esisteva un’intensa vita di relazione, declinata in forme differenti rispetto al presente.

Ad esempio, non c’era l’opportunità di scattare fotografie in ogni secondo della propria esistenza e di postarle, a qualsiasi ora del giorno e della notte, su Instagram o Faccialibro. E forse è quasi superfluo aggiungere che non si perdeva tempo a fotografare infinite immagini di cibi e bevande – pizzette, calici di vino, piattini di pesce e alimenti vari. Non si sprecavano i limitati scatti delle vecchie pellicole per cose di questo genere: le fotografie, infatti, erano oggetti un po’ preziosi, proprio perché non immediatamente fruibili, e guardarle in compagnia costituiva un piccolo avvenimento. Il dato interessante è che non stiamo parlando di molti anni fa.

Ecco, qualche volta è bello e fonte di calde emozioni non poter avere tutto e subito.

Cosa piace di più delle ferie: quale è il senso?

Sono in ferie da qualche giorno e apprezzo diverse cose di questo periodo, per altro in una località gradevole. Ovviamente tutto concorre per trascorrere buone ferie: cibo, bellezza del luogo, comodità varie, possibilità di scoprire, viaggiare. Cosa però ci piace di più? Per cosa lasciamo le nostre case, ci assentiamo dal nostro lavoro?

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Elogio della costanza.

Costanza, assiduità, perseveranza, stabilità, tenacia, saldezza, fermezza; e ancora: accanimento, ostinazione, pervicacia, continuità, coerenza e molti altri termini. Tutte accezioni che indicano il fermo proposito nel mantenere un impegno, di ripetere un atteggiamento o una situazione, generalmente in prospettiva di un risultato da conseguire.
Ma, come la mettiamo se noi non siamo così costanti? Il crogiuolo di contraddizioni che ci caratterizza, l’irrequietezza di cui siamo autentici campioni, mi inducono a ritenere che costanti non lo siamo proprio. La nostra instabilità è proverbiale e, forse in linea di massima è meglio così. La mutevolezza alla fine è un adattamento, una condizione necessaria per resistere, per riciclarsi, tentare nuove vie.
È anche vero però che il risultato è determinato si da una dote innata che si può avere, ma una grossa componente è data proprio dalla costanza. Ricordo bene quante volte ho dovuto ripetere le mosse di judo per acquisirle in automatico, e con quanta disciplina ho dovuto ripetere le materie giuridiche in vista di un esame. Come si conciliano dunque i 2 aspetti: costanza o incostanza? Decisamente l’elemento catalizzatore, il motore, la molla, è la passione. è lei che ci rende folli, irrazionali: se ci appassioniamo, ogni mezzo è utile e lecito pur di conseguire uno scopo, pur di raggiungere la Meta. Alla passione, al suo potere e fascino, vorrei dedicare un altro ennesimo elogio;
ma, riprendiamo il tema Costanza. Si tratta di una vera e propria dote che hanno i campioni, le persone speciali e, infatti, la costanza premia sempre chi la pratica. Il pianista percorre imperterito la tastiera del suo piano per ore, l’atleta percorre lo stesso percorso, la stessa vasca in piscina mostrando una disciplina fuori dal comune. La componente della dote innata esiste ma, se non fosse supportata dalla costanza, andrebbe irrimediabilmente sprecata. Capaci si quindi, ma costanti perchè ogni dote va opportunamente allenata.

Ebbene si: alla fine emigro.

Un caloroso saluto, forse meglio dire un rinfrescante saluto? a tutti i miei followers. Non mi sono mai direttamente rivolto a voi anche se siete una delle ragioni più importanti di questo blog: sgangherato, non accattivante e originale dal punto di vista estetico; ma il Mio blog.

Il titolo è, diciamo, simbolico. Emigro si ma non vado alle Maldive o a Tenerife. Semplicemente sposto il blog da wordpress’com a wordpress’org.

Cosa comporta questa transumanza? Sembra facile: cambi provider e loro ti trasferiscono gli articoli, i commenti, le impostazioni e, e i tuoi followers. Ah perfetto! faccio il tutto dopo ripensamenti, paghi subito, certo, porti gli articoli “ah ecco, dovrai reimpostare il tema e perdi formattazione, alcune impostazioni”; pazienza! si rifa. Gli articoli arrivano, poi se ne vanno dinuovo, sono 324 e un po’ mi dispiacerebbe; tornano, ma i followers? Niente! ci sono solo io. E allora? Allora cerchi tutorials, chiedi, apri tickets. Forse ce la farò a riportarvi nel nuovo blog che poi ha lo stesso indirizzo ma, al momento non riesco ancora. Invito, nell’attesa, ad iscriversi, per gli irriducibili, tanto so che non ci sono, entrando con lo stesso indirizzo. Così scrivo ancora qui che gli articoli ancora sono automaticamente condivisi. Allora ci si ritrova lì? Speriamo!

Vita da “il collegio”, tra reality e ricordi.

Avevo programmato di andare a dormire ma, passando in cucina per bere il solito bicchiere di acqua, ho trovato la tv accesa sul reality “il collegio”. Dopo qualche secondo di indifferenza ostentata per non cadere nella trappola della tv, sono rimasto colpito dalla potenza di questo esperimento: forse perchè anche io qualche anno dopo la data di ambientazione del reality 1961, ho frequentato il collegio sperimenhtando gli stessi metodi, le stesse dinamiche.
Per chi non lo ha visto, si tratta di un gruppetto di ragazzi dall’età variabile tra i 14 e i 17 anni, teletrasportato in un collegio degli anni 60, con tutto quello che ne consegue in termini di metodi autoritari, abitudini, dinamiche eccetera. Dei ragazzi di oggi, alle prese con gli esami di terza media di allora da superare. Dal contrasto tra quello che sono i ragazzi di oggi e le loro abitudini e il dover essere come ci si aspettava da un adolescente nei primi anni 60 il cortocircuito si è rivelato molto interessante e anche divertente, sicuramente una esperienza che doveva essere vista da genitori e ragazzi insieme. Per i ragazzi, selezionati in modo da avere uno spaccato geografico e sociale composito tra quanti si erano proposti (con l’avvallo e talora la spinta di genitori esasperati), è stato un salto indietro nel tempo che ha comportato cambiamenti anche traumatici: non solo l’obbligo ad abbandonare gli smartphone (nella prima puntata si vede il loro tentativo per aggirare l’imposizione), ma quello di adeguare ai tempi abbigliamento (tutti in divisa, e persino con la biancheria fornita dalla produzione e quindi «vintage»), pettinature (con conseguente passaggio dal barbiere), di rinunciare a piercing e trucco, cambiare regole di comportamento, studio, alimentazione, tempo libero. «Da una libertà quasi totale si sono trovati in un mondo fatto di regole.
Come hanno reagito i ragazzi? Pur con i dovuti distinguo («C’è stato di tutto: rivolte, un’espulsione, uno sciopero delle lezioni»), alla fine i ragazzi si sono adeguati e abituati. «La cosa di cui più hanno sofferto forse maggiormente è stata la lontananza dalle famiglie: alcuni non si erano mai separati dai genitori. E infatti due non ce l’hanno fatta e si sono “ritirati”; ma anche l’assenza degli smartphone: proviamoci pure noi! Per il resto, sorpresa e curiosità l’hanno avuta vinta sulle difficoltà. Oltre alla «voglia di farcela». Alla fine non solo hanno scoperto un modo diverso di rapportarsi tra loro, ma anche la forza della solidarietà e della comunità come non le avevano mai provate. «Una delle più “scapestrate” tra le ragazze ha definito l’esperimento come “l’esperienza più bella della mia vita”. E il giorno dell’addio è stato accompagnato da lacrime e abbracci. «Certo, effetto della condizione di chi vive a stretto contatto e isolato dall’esterno per un periodo abbastanza lungo, ma anche del fatto che i ragazzi a quell’età vivono le proprie emozioni in modo più intenso e senza freni né filtri». Per quanto riguarda la presenza delle telecamere, «sono state ben presto dimenticate, quasi che una generazione abituata a riprendersi e farsi riprendere non vi prestasse più alcuna importanza. Per quanto mi riguarda è stata una vera emozione: non so come reagirei oggi, forse mi ribellerei più ancora dei ragazzi ma, so anche che quella vita mi ha temprato: la solidarietà nella precarietà ne esce notevolmente rafforzata, e Dio sa quanta solidarietà manca oggi e quanta ce ne vorrebbe.