Greta e la strumentalizzazione dei “grandi”.

Riporto un articolo da Vanity Fair.it del 19.03.2019. Si può dissentire, dibattere, ma non instillare sempre il veleno dell’odio. La vergogna non è solo nei social ma in ogni parola che si sente al bar, negli uffici, nelle tv di cosiddetta opinione. Bisogna spezzare questo filo nero che sta avvolgendo troppe cose in questo mondo. E’ pericoloso voler sempre ghettizzare nel ruolo di Persona Malata: forse non è vero che l’ambiente è degradato? la globalizzazione sta uccidendo le particolarità delle culture, anche se è una persona con asperger a dirlo? Mi domando, ma dovevamo sentircelo dire da lei oppure potevamo accorgercene noi? e ancora, il fatto che molti non sappiano esattamente cosa è l’asperger o che i ragazzi che scioperano non abbiano la minima idea di cosa sia il buco dell’ozzono cambia lo scopo di questa rivendicazione? Possiamo a confrontarci sulle idee, sulle situazioni senza considerare chi le porta avanti.

Diverse persone hanno sentito la necessità di sminuire il lavoro e il carisma dell’attivista svedese, parlando della sindrome in termini scorretti. Ne abbiamo parlato con la terapista Marya Procchio dell’ASA.

«Senza l’Asperger, non avrei lottato così». Greta Thunberg, l’attivista sedicenne per il clima, ha sempre parlato della «sua» sindrome come un «dono»: «Se fossi stata come tutti, avrei potuto continuare come tutti gli altri. Avrei potuto rimanere bloccata nel social game, galleggiare nelle convenzioni e nel tran tran, e continuare come prima. Ma non posso, anche volendolo. La mia sindrome fa sì che io veda il mondo o bianco o nero, senza vie di mezzo», ha raccontato al Financial Times. «E che senta l’esigenza improrogabile di salvarlo». Eppure, i suoi detrattori l’hanno accusata di essere una ragazzina strumentalizzata (Nadia Toffa), «personaggio da film horror» (Rita Pavone), «malata di autismo» (Maria Giovanna Maglie).

«Diverse persone sentono la necessità di sminuire il lavoro e il carisma di questa ragazza, ma hanno difficoltà a parlare della sindrome in termini corretti», ci spiega la dottoressa Marya Procchio, educatrice professionale che fa parte del comitato scientifico dell’Asa (associazione sindrome di Asperger).

Che cos’è esattamente l’Asperger?
«È una neuro-diversità: il cervello di chi ha la sindrome di Asperger funziona su canali diversi, ha un modo di recepire e elaborare le informazioni diverso dalla maggioranza (neuro-tipicità). È come un sistema operativo diverso, quindi non si può guarire. Il quoziente cognitivo degli Asperger, però, non è deficitario, ma nella media o superiore a quello della maggioranza».

Qual è la sua origine?
«Non si sa ancora nulla di definitivo: i ricercatori stanno cercando di approfondire le indagini, ma per ora si pensa a una costellazione di elementi in gioco, a livello genetico, ambientale e non solo. Probabilmente non esiste una causa unica».

Asperger e autismo sono la stessa cosa?
«Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, (Dms 5) parla solo di spettro dell’autismo: la sindrome di Asperger è scomparsa. Le aree in cui possiamo riscontrare diversità o difficoltà sono le medesime: comunicazione e relazione sociale e interessi. L’Asperger è all’interno del continuum dell’autismo, ma il dibattito è ancora in corso: ci sono gruppi di genitori e specialisti che vorrebbero differenziarlo dall’autismo, in cui la qualità delle abilità comunicative e sociali è compromessa e il quoziente cognitivo può variare ed essere al di sotto, nella media o al di sopra della maggioranza».

È facile strumentalizzare un Asperger?
«In ogni persona ci sono delle diversità, ma nel suo modo di essere Asperger, Greta non può essere stata strumentalizzata: è lei ad avere scoperto la «sua» causa. Ha visto un documentario con un orso polare in difficoltà e ha rivelato che, se per gli altri quella era un’immagine come tante altre, per lei è stata la scintilla che l’ha spinta a impegnarsi. Le assicuro che molti dei ragazzi con cui lavoro sono davvero difficili da convincere, ed è molto difficile che un loro interesse possa venire strumentalizzato».

Si è anche parlato di Asperger come di una malattia. Che cosa non è la sindrome?
«Non è una malattia e non è un disturbo psichiatrico. Gli Asperger non hanno nessuna forma di deviazione sociale, non sono psicopatici, non hanno un disturbo di personalità».

Gli attacchi degli haters possono ferire Greta?
«Mi auguro che chi le sta accanto sappia tutelarla da eventuali eccessi, casomai lei dovesse risentirne, intristirsi o sovraccaricarsi. Ma lei è consapevole della correttezza della sua lotta e ben determinata sulla sua causa. Sa che il mondo non è sensibile a questa battaglia e ha messo in conto che di battersi per una questione difficile».

Sta anche aumentando la sensibilità sull’Asperger.
«Sì. Uno dei ragazzi con cui lavoro mi ha scritto che Greta «ha portato luce sull’Asperger come neuro-diversità e non come malattia». Le persone come lei possono lottare per qualcosa e fare la differenza».

di Monica Coviello

Conoscete l’anagramma della parola Tecnologia?

Mi piace parlare e scrivere di tecnologia: mi affascina e mi preoccupa ad un tempo. Mi affascinano, non tanto le innovazioni mirabolanti che magari poi non risultano essere all’altezza delle nostre aspettative o non così utili non rispondendo a bisogni reali ma indotti; Quanto le potenzialità che offre, remore e pregiudizi a parte. Ricordo qualche anno fa, che qualche buontempone aveva pubblicato un sito dove descriveva con una documentazione ricca e quasi credibile, l’imminente lancio sul mercato di una auto completamente autonoma, che poteva addirittura parcheggiare dopo aver raggiunto la meta; ebbene, diversi non vedenti, avrebbero già mandato la prenotazione per l’acquisto, se nessuno li avesse messi in guardia. Mi preoccupano i risvolti sociali, la vita che cambia molto più velocemente di quanto noi si possa metabolizzare. Seguo con interesse le nuove opportunità offerte a molte persone per liberare risorse che altrimenti non potevano essere espresse. Mi riferisco a diverse tipologie di disabili che ora potrebbero essere in grado di svolgere mansioni che anni fa non avrebbero neppure immaginato. Sono nel contempo preoccupato per la pigrizia mentale che le tecnologie induce, per l’impiego sempre meno massiccio della nostra memoria, per la costante distrazione e perdita di tempo che gli smartphones induconno, per il numero sempre più elevato di persone che restano tagliate fuori, per la solitudine provocata dai social. Il rischio è alto: ma voi lo sapete quale è l’anagramma della parola tecnologia? Ecco, se non risponderà a bisogni reali, la tecnologia rischia di essere una serie di cose come quell’anagramma.

Fare o non fare?

Oggi mi assilla un dubbio: ne scrivo qui perchè scrivere in un blog può servire anche a rischiarare la mente. Sono attivo in molti campi virtuali e non, partecipo a molte attività sociali di volontariato; forse a troppe. Credo che sia necessario in fondo sporcarsi le mani, impegnarsi quasi fino al limite, non lo faccio per cambiare il mondo, ma per mettere la mia goccia nell’oceano per risolvere qualche problema. Mettiamoci anche la passione per quello che faccio, la passione è una molla che ti fa compiere cose al di là della razionalità. A volte poi capita di farsi prendere un po’ la mano dall’iperattivismo con l’illusione che qualcosa cambi, che qualcosa si muova. Quando si supera il limite delle proprie forze e quando ci sono poche risorse perchè tutte già rastrellate, l’istinto sarebbe quello di fermarsi, rallentare.
Ecco, rallentare sarebbe auspicabile anche perchè, a parte l’inaridimento, la fatica, viene da pensare che per quanto uno faccia o si arrabatti, alla fine non cambia niente. Come scriveva Tiziano Terzani nel suo “la mia fine è l’nizio”, è un cerchio che si chiude: qualcosa cambia, si pensa che il progresso abbia prodotto dei risultati e ad un certo punto arriva un distruttore che cancella ogni cosa e si deve cominciare da capo. Allora meglio curare la crescita interiore? Meglio pensare a migliorare te stesso? Però, però, se pensi solo a te stesso migliori?

Parliamo un po’ di formazione.

Ritrovo un articolo che avevo scritto molto tempo fa. Parliamone un momento di formazione. Umilmente esprimo una opinione che non è originale: ce lo diciamo a tutti i livelli e in tutte le assemblee o riunioni.

Io faccio formazione, nel mio piccolo, nelsettore dell’informatica (ausili per i disabili, pc e smartphone) e nellacatechesi (laboratori per catechisti).

Molte cose sono radicalmente cambiate: untempo si faceva formazione in un corso più o meno completo e serviva per moltianni. Ora la formazione di massa

e una tantum è morta; prende sempre più piedela formazione individuale, l’autoformazione, la formazione permanente. Sulversante della formazione individuale,

ciascuno ha le sue esigenze in base ai suoiinteressi specifici. Su quello dell’autoformazione, un adulto, soprattutto oragrazie ad internet con i suoi derivati, (youtube, blog specifici),

può e deve autoformarsi scegliendo piattaformeadatte a lui in base ai suoi ritmi di apprendimento e tempi a disposizione. Esul versante della formazione

permanente, ciascun lavoro ha le suedifficoltà, una sua specifica formazione che si deteriora nel tempo moltorapidamente; cambiano richieste (ad esempio il lavoro fisso

e sicuro agonizza e morirà), Difficilmente sipotranno prevedere scenari: lavori che oggi crediamo intramontabili,semplicemente spariranno, i nostri figli faranno mestieri che oggi ancora nonconosciamo. Queste cose le sappiamo, non sono concetti innovativi ed originali,ce lo diciamo sempre ripeto, ma siamo ciechi e sordi: ne dobbiamo prendere attooppure cerchiamo di strapparci la benda?

Il mio canale youtube:

https://www.youtube.com/channel/UC5RsBNy04k0eqK8J4x7AZrw

il link al video sulla formazione:

http://www.youtube.com/watch?v=J6iLBmOQD8A

Valter Scarfia

Un augurio di vero cuore: fate molti errori.

Oggi ho ripubblicato dopo un po’ di tempo un video sul mio canale youtube. È un augurio che rivolgo a tutti: quello di fare molti errori. Viviamo in tempi in cui è ichiesta la perfezione: una linea perfetta, una competizione snervante, una eccessiva preoccupazione dell’apparenza. Tanto alla fine, chiunque è attivo, comunque si comporti, è soggetto ad errori più o meno gravi. Che poi ciascuno evidenzierà subito. Sappiate voi correttori di bozze, che non siete esenti neppure voi da errori, che chi sbaglia, ha provato ad agire, a sporcarsi le mani. Mentre voi? Ammiro i falliti e ammiro ancora di più chi si rialza, chi ci riprova senza deprimersi, chi sa chiedere scusa e ammette le proprie debolezze che poi saranno la sua forza. www.youtube.com/watch

Il web

Il web

https://squarcidisilenzio.wordpress.com/2019/01/06/il-web/
— Leggi su squarcidisilenzio.wordpress.com/2019/01/06/il-web/

Ho lasciato il link di un articolo che sottoscrivo e condivido invitandovi alla lettura. Io parto da una esperienza diversa che porta a trarre le stesse conclusioni dell’articolo in questione. Ho cominciato con facebook timidamente, quasi contro voglia con l’account creato da un mio amico quasi contro la mia volontà. Così è stato anche con youtube che per 4 anni non ha visto un video. Poi ho individuato potenzialità e possibilità per far conoscere la mia attività, per dare un senso. Ho quindi raccolto le farie sfide sui social: pagina facebook, video tutorial su youtube, instagram che non digerisco proprio e da ultimo il blog. Davvero aveva ragione Umberto Eco quando affermava che:
«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».
Senza troppo approfondire, resta il problema: cosa fare, come difendersi o, se è ancora possibile, come bonificare, valorizzare. Ciascuno di noi sperimenta la sua strategia: indifferenza, bloccare gli odiatori o gli elementi di disturbo ma, su un punto credo non si debba negoziare. Abitare i social, affinare i nostri criteri di selezione, di scelta di contenuti e persone. Anche qui mi soccorre Umberto Eco, Bauman e molti altri: la cultura non è sapere tutto ma, sapere dove cercare ciò che ci serve in quel momento senza attingere nel fango dei pregiudizi, delle tesi già preconfezionate o smaccatamente populiste e demagogiche. La voglia di comunicare sinceramente esiste ancora e anche nei social al di là dei like, delle emoticons, delle immagini superficiali, dei distillati di odio e di invidia. Le perle ci sono anche qui e dovbiamo solo con pazienza affinare la nostra capacità di recuperarle.