Elogio della condivisione: pro e contro!

è divertente darmi un tema e cercare di svolgerlo con tutti i miei limiti. Oggi vorrei condividere qualche pensiero sulla condivisione: il concetto di condivisione, la sua essenza, il perchè si condivide o non si condivide.
Ora con i social troviamo tutti gli strumenti per condividere, pensieri, immagini, video, grandi verità e colossali cavolate. Ma: si tratta di reale condivisione, cioè, condividiamo cose nostre o ci limitiamo a girare cose non nostre? Siamo tutti copiaincollatori doc, al punto che a volte incolliamo imprecisioni, strafalcioni pregiudicando la qualità di quanto si condivide.
Ma, andiamo per ordine, cosa è la condivisione. Potremmo definirla come: l’utilizzo in comune di una risorsa, o l’uso congiunto di un bene. Si può anche riferire al libero uso di una informazione? certo che si. Ci voleva lo scrittore e drammaturgo George Bernard Shaw per riassumere in una frase l’importanza della condivisione per il progresso di una società:
«Se tu hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, allora tu e io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea e io ho un’idea e ce le scambiamo, allora entrambi abbiamo due idee»
Proprio bella! Condivisione allora è per necessità: siamo animali sociali e dobbiamo condividere oppure eliminarci vicendevolmente. Tim Kring, il regista e sceneggiatore che ha firmato Touch, uno dei serial filosofici di maggior successo negli Stati Uniti, è partito proprio da questa certezza:
«Noi abbiamo l’impulso innato di condividere le nostre idee. Il desiderio di essere ascoltati risponde al nostro bisogno di comunità: per questo continuiamo a mandare segnali. E per questo li cerchiamo negli altri»
E se condividere in Rete, ormai, fa parte della nostra quotidianità, c’è ancora un palcoscenico tutto da (ri)scoprire: il mondo reale. Perchè una mostra, un festival, un concerto, valgono di più (e più a lungo) se chi li ha vissuti può confrontarsi e ritrovarsi, prima, durante e dopo l’evento, con chi ha vissuto la stessa esperienza. Ma come mai non basta più essere spettatori? Ormai sappiamo che la partecipazione ad un evento, stimola una serie di sistemi percettivi differenti e più efficaci nel far passare il proprio messaggio. Senza contare i sicuri effetti benefici se è vero che, come precisa la psicologa e psicoterapeuta Michela Rosati, «quando ci entusiasmiamo o ci commuoviamo di fronte a quello che osserviamo, sentiamo e annusiamo, aumenta il nostro benessere psicologico: per questo l’approccio esperienziale, di condivisione, è ormai universalmente riconosciuto come il miglior modo di apprendere e conseguire risultati. Anche i gruppi, i team, le squadre raggiungono risultati sorprendenti proprio grazie alla Condivisione delle esperienze e delle competenze. IL famoso adagio: “chi fa da sè fa per tre”, sembra non avere più molto senso: certo la fatica è maggiore, dover limare, mediare, prosciuga energie e mette a dura prova la nostra pazienza ma, la complessità di ogni cosa, ha reso indispensabile la condivisione. Tempi duri per gli egoisti.

Vita da “il collegio”, tra reality e ricordi.

Avevo programmato di andare a dormire ma, passando in cucina per bere il solito bicchiere di acqua, ho trovato la tv accesa sul reality “il collegio”. Dopo qualche secondo di indifferenza ostentata per non cadere nella trappola della tv, sono rimasto colpito dalla potenza di questo esperimento: forse perchè anche io qualche anno dopo la data di ambientazione del reality 1961, ho frequentato il collegio sperimenhtando gli stessi metodi, le stesse dinamiche.
Per chi non lo ha visto, si tratta di un gruppetto di ragazzi dall’età variabile tra i 14 e i 17 anni, teletrasportato in un collegio degli anni 60, con tutto quello che ne consegue in termini di metodi autoritari, abitudini, dinamiche eccetera. Dei ragazzi di oggi, alle prese con gli esami di terza media di allora da superare. Dal contrasto tra quello che sono i ragazzi di oggi e le loro abitudini e il dover essere come ci si aspettava da un adolescente nei primi anni 60 il cortocircuito si è rivelato molto interessante e anche divertente, sicuramente una esperienza che doveva essere vista da genitori e ragazzi insieme. Per i ragazzi, selezionati in modo da avere uno spaccato geografico e sociale composito tra quanti si erano proposti (con l’avvallo e talora la spinta di genitori esasperati), è stato un salto indietro nel tempo che ha comportato cambiamenti anche traumatici: non solo l’obbligo ad abbandonare gli smartphone (nella prima puntata si vede il loro tentativo per aggirare l’imposizione), ma quello di adeguare ai tempi abbigliamento (tutti in divisa, e persino con la biancheria fornita dalla produzione e quindi «vintage»), pettinature (con conseguente passaggio dal barbiere), di rinunciare a piercing e trucco, cambiare regole di comportamento, studio, alimentazione, tempo libero. «Da una libertà quasi totale si sono trovati in un mondo fatto di regole.
Come hanno reagito i ragazzi? Pur con i dovuti distinguo («C’è stato di tutto: rivolte, un’espulsione, uno sciopero delle lezioni»), alla fine i ragazzi si sono adeguati e abituati. «La cosa di cui più hanno sofferto forse maggiormente è stata la lontananza dalle famiglie: alcuni non si erano mai separati dai genitori. E infatti due non ce l’hanno fatta e si sono “ritirati”; ma anche l’assenza degli smartphone: proviamoci pure noi! Per il resto, sorpresa e curiosità l’hanno avuta vinta sulle difficoltà. Oltre alla «voglia di farcela». Alla fine non solo hanno scoperto un modo diverso di rapportarsi tra loro, ma anche la forza della solidarietà e della comunità come non le avevano mai provate. «Una delle più “scapestrate” tra le ragazze ha definito l’esperimento come “l’esperienza più bella della mia vita”. E il giorno dell’addio è stato accompagnato da lacrime e abbracci. «Certo, effetto della condizione di chi vive a stretto contatto e isolato dall’esterno per un periodo abbastanza lungo, ma anche del fatto che i ragazzi a quell’età vivono le proprie emozioni in modo più intenso e senza freni né filtri». Per quanto riguarda la presenza delle telecamere, «sono state ben presto dimenticate, quasi che una generazione abituata a riprendersi e farsi riprendere non vi prestasse più alcuna importanza. Per quanto mi riguarda è stata una vera emozione: non so come reagirei oggi, forse mi ribellerei più ancora dei ragazzi ma, so anche che quella vita mi ha temprato: la solidarietà nella precarietà ne esce notevolmente rafforzata, e Dio sa quanta solidarietà manca oggi e quanta ce ne vorrebbe.

Greta e la strumentalizzazione dei “grandi”.

Riporto un articolo da Vanity Fair.it del 19.03.2019. Si può dissentire, dibattere, ma non instillare sempre il veleno dell’odio. La vergogna non è solo nei social ma in ogni parola che si sente al bar, negli uffici, nelle tv di cosiddetta opinione. Bisogna spezzare questo filo nero che sta avvolgendo troppe cose in questo mondo. E’ pericoloso voler sempre ghettizzare nel ruolo di Persona Malata: forse non è vero che l’ambiente è degradato? la globalizzazione sta uccidendo le particolarità delle culture, anche se è una persona con asperger a dirlo? Mi domando, ma dovevamo sentircelo dire da lei oppure potevamo accorgercene noi? e ancora, il fatto che molti non sappiano esattamente cosa è l’asperger o che i ragazzi che scioperano non abbiano la minima idea di cosa sia il buco dell’ozzono cambia lo scopo di questa rivendicazione? Possiamo a confrontarci sulle idee, sulle situazioni senza considerare chi le porta avanti.

Diverse persone hanno sentito la necessità di sminuire il lavoro e il carisma dell’attivista svedese, parlando della sindrome in termini scorretti. Ne abbiamo parlato con la terapista Marya Procchio dell’ASA.

«Senza l’Asperger, non avrei lottato così». Greta Thunberg, l’attivista sedicenne per il clima, ha sempre parlato della «sua» sindrome come un «dono»: «Se fossi stata come tutti, avrei potuto continuare come tutti gli altri. Avrei potuto rimanere bloccata nel social game, galleggiare nelle convenzioni e nel tran tran, e continuare come prima. Ma non posso, anche volendolo. La mia sindrome fa sì che io veda il mondo o bianco o nero, senza vie di mezzo», ha raccontato al Financial Times. «E che senta l’esigenza improrogabile di salvarlo». Eppure, i suoi detrattori l’hanno accusata di essere una ragazzina strumentalizzata (Nadia Toffa), «personaggio da film horror» (Rita Pavone), «malata di autismo» (Maria Giovanna Maglie).

«Diverse persone sentono la necessità di sminuire il lavoro e il carisma di questa ragazza, ma hanno difficoltà a parlare della sindrome in termini corretti», ci spiega la dottoressa Marya Procchio, educatrice professionale che fa parte del comitato scientifico dell’Asa (associazione sindrome di Asperger).

Che cos’è esattamente l’Asperger?
«È una neuro-diversità: il cervello di chi ha la sindrome di Asperger funziona su canali diversi, ha un modo di recepire e elaborare le informazioni diverso dalla maggioranza (neuro-tipicità). È come un sistema operativo diverso, quindi non si può guarire. Il quoziente cognitivo degli Asperger, però, non è deficitario, ma nella media o superiore a quello della maggioranza».

Qual è la sua origine?
«Non si sa ancora nulla di definitivo: i ricercatori stanno cercando di approfondire le indagini, ma per ora si pensa a una costellazione di elementi in gioco, a livello genetico, ambientale e non solo. Probabilmente non esiste una causa unica».

Asperger e autismo sono la stessa cosa?
«Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, (Dms 5) parla solo di spettro dell’autismo: la sindrome di Asperger è scomparsa. Le aree in cui possiamo riscontrare diversità o difficoltà sono le medesime: comunicazione e relazione sociale e interessi. L’Asperger è all’interno del continuum dell’autismo, ma il dibattito è ancora in corso: ci sono gruppi di genitori e specialisti che vorrebbero differenziarlo dall’autismo, in cui la qualità delle abilità comunicative e sociali è compromessa e il quoziente cognitivo può variare ed essere al di sotto, nella media o al di sopra della maggioranza».

È facile strumentalizzare un Asperger?
«In ogni persona ci sono delle diversità, ma nel suo modo di essere Asperger, Greta non può essere stata strumentalizzata: è lei ad avere scoperto la «sua» causa. Ha visto un documentario con un orso polare in difficoltà e ha rivelato che, se per gli altri quella era un’immagine come tante altre, per lei è stata la scintilla che l’ha spinta a impegnarsi. Le assicuro che molti dei ragazzi con cui lavoro sono davvero difficili da convincere, ed è molto difficile che un loro interesse possa venire strumentalizzato».

Si è anche parlato di Asperger come di una malattia. Che cosa non è la sindrome?
«Non è una malattia e non è un disturbo psichiatrico. Gli Asperger non hanno nessuna forma di deviazione sociale, non sono psicopatici, non hanno un disturbo di personalità».

Gli attacchi degli haters possono ferire Greta?
«Mi auguro che chi le sta accanto sappia tutelarla da eventuali eccessi, casomai lei dovesse risentirne, intristirsi o sovraccaricarsi. Ma lei è consapevole della correttezza della sua lotta e ben determinata sulla sua causa. Sa che il mondo non è sensibile a questa battaglia e ha messo in conto che di battersi per una questione difficile».

Sta anche aumentando la sensibilità sull’Asperger.
«Sì. Uno dei ragazzi con cui lavoro mi ha scritto che Greta «ha portato luce sull’Asperger come neuro-diversità e non come malattia». Le persone come lei possono lottare per qualcosa e fare la differenza».

di Monica Coviello

Se la società fosse più furba ….

Riporto un estratto da un articolo de “la repubblica”: perchè mi piacciono le iniziative originali e coraggiose e tanto meglio se provocatorie. Anche perchè davvero se la società fosse più furba, saprebbe cogliere dalle varie disabilità risorse e forze per ritemprarsi, per rigenerarsi. Chi combatte contro una disabilità, una ingiustizia, porta in sè valori positivi, è costretto a farlo e non perchè è migliore; Questi valori sono: la capacità di accettare, di lottare e di essere paziente.
La Repubblica del 08-03-2019

A spasso con Fiamma contro l’indifferenza

Fiamma Satta è una donna speciale, coraggiosa, con grande spirito di iniziativa.
«Le persone puntano a eliminare la disabilità. Quando giravo col bastone e non stavo ancora in sedia a rotelle, ai tempi del programma radiofonico Fabio e Fiamma, se andavo ospite in tv mi chiedevano: “Le dispiace se il bastone lo leviamo che non è tanto telegenico?”». Stavolta è protagonista con la sua carrozzella, si è inventata un format, A spasso con, con cui debutta domani su La7 alle 11 all’interno del programma di Myrta Merlino, che il sabato si intitola L’aria che tira- Il diario.
Va a spasso per Roma con Carlo Verdone. «Questo è un numero zero, ma la mia idea è cambiare il personaggio che mi spinge», racconta. «Non andiamo in giro a indagare, come faccio da anni sulla Gazzetta dello sport, quando denuncio l’inciviltà delle barriere o la mancanza di accessi per i disabili. Con il mio accompagnatore ci godiamo una passeggiata all’insegna della parola “inclusione”, perché la disabilità non sia più vista con compassione, paura o sospetto, ma sia considerata come un aspetto normale del vivere civile: vado al cinema, in libreria, a comprare un paio di mutande». La coppia non è passata inosservata: «Abbiamo girato a gennaio, è stato bellissimo», spiega la giornalista divertita, «pensavo che Carlo fosse più in difficoltà invece dopo dieci metri, nonostante Via Giulia sia una strada difficile, mi sono sentita sicura. Lo fermavano ogni dodici secondi, non c’erano le barriere architettoniche ma quelle umane. Ho scoperto quello che già sapevo, che è amatissimo». E con lei come si comportavano? «Con me erano incuriositi, non capivano bene cosa stessimo facendo, c’erano due operatori ma non giravamo un film».

“A spasso con” è una passeggiata contro il cinismo e l’indifferenza.
«Cosa vorrei che arrivasse al pubblico? Che la disabilità fa parte della vita, non si deve fare finta di niente, non bisogna voltarsi dall’altra parte. È ora di cambiare, stiamo tornando indietro col razzismo e l’emarginazione; è un momento difficile, lo sguardo si posa sempre su chi è diverso. Nella mia visione del mondo il disabile è portatore di forza. Chiunque stia combattendo è portatore di valori positivi, perché ha la capacità di accettare, lottare e essere paziente. La società dovrebbe farsi furba e usufruire di questa forza, ma viviamo in tempi ottusi».