RACCONTARE, RACCONTARSI: MA PERCHÉ?

Prima o poi ci sorprendiamo a raccontare e a raccontarci; Magari davanti ad una birra, con amici, nelle chat e nei social, ma questo aspetto meriterebbe un approfondimento a parte.

E’ innegabile che l’istinto al racconto abita in noi, è innato: proprio come l’aria che respiriamo: ha tramandato avvenimenti per millenni, personaggi politici, sportivi, di spettacolo sentono l’esigenza di raccontare la loro vita; anche noi nei blog, in Facebook raccontiamo con più
o meno superficialità le nostre piccole traversie quotidiane.

Ma perché raccontiamo, a cosa ci serve? Vorrei andare oltre all’esibizionismo pur presente, all’autocompiacimento narcisistico che prima trovavamo nei bar e ora in internet. Chi si racconta vuol riprendere in mano il tempo e coniugare passato, presente e futuro. Per chi crede la Fede cristiana è l’intreccio fra due racconti: quello della nostra esistenza quotidiana con la storia del Signore Gesù. E` che, con il racconto di sé a sé o di sé ad altri, noi ricuperiamo il gusto di vivere. Riprendiamo in mano il tempo e ne intuiamo il senso. Per chi racconta, il tempo non è un capriccioso procedere in balia del caso; né il rigido ripetersi dei cicli della storia. Chi racconta sa coniugare uno sguardo al passato fatto di gratitudine, uno al futuro carico di speranza e uno al presente percepito come ricco di significato e come appello di responsabilità. Raccontare aiuta dunque ad amare la propria vita. Certo, la nostra storia avrebbe potuto essere migliore, con qualche spreco di meno e forse con una dose maggiore di responsabilità. Ma raccontare aiuta a fare pace, a godere della propria vita così come è stata, semplicemente perché è la propria, nei suoi risvolti più nobili e in quelli meno gloriosi, nelle sue conquiste e nelle sue fragilità. Il miglior modo per trovare il «senso» (come significato e come direzione) della propria esistenza è dunque di raccontarla.

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