Audiolibri per tutti: perchè e come reperirli!

è chiaro che, nonostante la crisi della lettura, come molte altre cose del resto, il libro svolge ancora una funzione fondamentale nel campo dell’educazione, della trasmissione del sapere, della migliore gestione del tempo libero. Lo scopo però di questo povero articolo, è quello di dare alcune informazioni su dove trovare gli audiolibri che rappresentano un diverso modo di leggere (della serie, non ci sono più scuse … chi vuole leggere può farlo da subito); a proposito: voi che potete scegliere, cosa ne pensate? vi piace leggere-ascoltare? Di questo vorrei argomentare in un altro articolo.
Siamo anni luce, per fortuna, dai tempi in cui esisteva solo il libro cartaceo, e per noi non vedenti la situazione era davvero drammatica anche se abbiamo fatto di necessità virtù. Una biblioteca sola in Italia, pochissimi testi e in pochissime copie: se volevi leggerti un libro, lo dovevi richiedere e sperare che non fosse parcheggiato a Siracusa o a Pinzolo, ti arrivavano valige con chili e chili di volumi, ecco qui i Vangeli che possono essere tascabili, mentre in Braille sono 4 tomi enormi). Volumi, che poi dovevi leggere velocemente e riportare alle poste per spedirli.

vangeli in braille a confronto con la copia in nero.

Ora abbiamo diverse alternative: libri Braille che con le stampanti sono più disponibili, ebooks, scanner per leggere immediatamente ciò che ci interessa anche se dobbiamo dannarci per la correzione dei testi, i testi che possono essere letti tramite il pc o in Braille oppure con sintesi vocali e infine gli audiolibri. Passiamo allora ad un elenco ragionato di risorse che non può essere esaustivo, ma che è una buona base per operare delle ottime scelte.
Sono numerose infatti le piattaforme che permettono una prova gratis, chi un mese, chi due, per capire se questo metodo possa fare per noi.
Si tratta di romanzi che vengono letti da voci adatte a fare ciò, a volte anche più di una. A noi non resta che accendere il dispositivo, sia iphone che pc o lettore cd, e mettere le cuffie ed ascoltare, anche senza cuffie naturalmente, mentre si stira o si fanno lavori manuali.
Audible: www.audible.com che mette a disposizione un numero di libri sempre maggiore in molte lingue ai suoi abbonati. La quota è di 9 euro al mese e il servizio può essere provato per un mese gratuitamente: sia su iphone o smartphone che su pc.
Storytel: www.storytel.com che offre una prova di 14 giorni e presenta innumerevoli testi e classici. Da sito o da app.
Liberliber www.liberliber.com offre innumerevoli libri gratuitamente, ma con una esigua donazione è possibile aiutarli nel loro progetto.
Le registrazioni del programma “ad alta voce” sono disponibili gratuitamente nel loro sito. https://www.raiplayradio.it/programmi/adaltavoce/archivio/audiolibri/
Altro sito di libri classici e non.
https://www.classicipodcast.it/
Una playlist di altri libri reperibile su youtube, continuamente aggiornata.
https://www.youtube.com/playlist?list…
Audioteka.co.it è un servizio mobile per la vendita di audiolibri. I migliori audiolibri di editori rispettabili. Centinaia di ore disponibili gratuitamente per l’ascolto.
https://audioteka.com/it/
https://emonsaudiolibri.it/audiolibri
ottima casa editrice di audiolibri.
Poi esistono alcune piattavorme appositamente dedicate ai non vedenti che quindi sono fruibili solo mediante presentazione di certificati attestanti l’invalidità di cui non parlerò oggi.
Insomma, vi bastano? Qui mi fermo lasciando a chi ne avrà voglia di continuare la ricerca: io ho sostanzialmente scritto la stringa Audiolibri sul solito Google.

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Dieci buoni motivi per leggere.

Prendendo spunto dalle conclusioni dell’articolo precedente dove ho constatato con amarezza che non ce la facciamo a convincere i nostri amici ad appassionarsi alla lettura, ma che valga comunque sempre la pena dare stimoli e motivazioni, ripropongo il mio video nel quale enumeravo 10 buoni motivi per leggere.
http://www.youtube.com/watch?v=8LR0wVSS1f4

1 – per diventare scrittori, o comunque per imparare a scrivere, bisogna fare scorpacciate di libri;
2 – leggere è un cibo per la mente e, per questo motivo, deve essere buono;
3 – leggere trasforma la realtà: se sei sul metrò di primo mattino e ti aspetta una grigia giornata di lavoro e fuori piove, puoi sentire l’odore del mare solo con la magia della lettura;
4 – un libro ti aiuta a stare con i piedi per terra, può sembrare una contraddizione ma non lo è: Chi è depresso non legge e perde il contatto con la realtà. Entrare nelle storie degli altri è un esercizio semplice che ci aiuta a sentirci più leggeri;
5 – Ti impedisce di sbattere la testa contro il muro per lo stress: lo prova uno studio condotto da David Lewis neuropsicologo dell’università del Sussex. Ha dimostrato che bastano 6 minuti di lettura per abbassare lo stress del 68 per cento;
6 – Leggere è il segreto di chi ha successo. Questa condizione personalmente non mi affascina, anche perchè non è detto che basta il successo per essere migliori, anzi!
7 – La lettura è il metodo migliore per non rimbambirsi davanti alla televisione: perchè, diciamocelo, tra un buon libro e una telenovela, la scelta non si pone; o si!
8 – Ci evita cattive figure: arricchisce il vocabolario, sfrucullia le nostre sinapsi e insegna il corretto uso dei verbi: perchè se io non avrei letto pile di libri ….
9 – cancella il piattume e ci permette di sperimentare i sentimenti e le emozioni dei personaggi dei libri che stiamo leggendo rinverdendo vecchi e nuovi fremiti;
10 – è una coccola per la mente. Quando leggiamo ci prendiamo il tempo per noi, è un momento solo nostro, scegliamo di regalarci altri spicchi di vita ed emozioni.

Perchè si scrive?

Oggi che il foglio virtuale restava desolatamente vuoto, da qualche giorno non succedeva ed era inevitabile che accadesse, mi sono posto alcune domande. Perchè si scrive: cosa ci spinge a farlo, e perchè ci piace che qualcuno ci legga? Così ho cercato le motivazioni che hanno indotto scrittori a scrivere, assolutamente conscio del fatto che i motivi possono essere migliaia, e che, di questo ne sono convinto, chi più legge, più è in grado di scrivere. HO trovato un testo di Primo Levi che enumerava 9 motivi per cui uno è indotto a scrivere ma, precisa, che ciascuno potrebbe trovarne mille altri. Chissà se qualcuno mi aiuta a trovarne di suoi o nuovi. Questi nove motivi li estraggo liberamente dal suo testo.
“Non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre. Perché, dunque, si scrive”?
1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato. Difficile pensare ad un artista così puro di cuore!
2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente  è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.
3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.
4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi “sa” come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.
5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.
6) Per liberarsi da un’angoscia. spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.
7) Per diventare famosi. credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.
8) Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi pare giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.
9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per “tener viva la firma”. Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.
Sicuramente più dignitoso il silenzio. Ovviamente poco da aggiungere, anche se Primo Levi non poteva forse neppure immaginare internet e i blog. Io fondamentalmente scrivo per una ragione: ho bisogno di riordinare, classificare e distillare idee; non per farmi delle idee immutabili, piuttosto per non mutuare pedissequamente giudizi premasticati dagli altri. Capita quindi che mi attraversi un pensiero, una intuizione: ci lavoro, la ripenso, leggo e alla fine, per evitare che l’idea venga schiacciata dalla mole di altre idee e dati, la devo mettere per iscritto. Probabilmente se scrivessi un racconto o un romanzo avrei altre motivazioni ma, è appurato che non sono uno scrittore e che il mio intento è ben più modesto. E allora quale è di questi o di altri il vostro motivo preferito, ammesso che abbiate avuto il coraggio di arrivare alla fine?

Il web

Il web

https://squarcidisilenzio.wordpress.com/2019/01/06/il-web/
— Leggi su squarcidisilenzio.wordpress.com/2019/01/06/il-web/

Ho lasciato il link di un articolo che sottoscrivo e condivido invitandovi alla lettura. Io parto da una esperienza diversa che porta a trarre le stesse conclusioni dell’articolo in questione. Ho cominciato con facebook timidamente, quasi contro voglia con l’account creato da un mio amico quasi contro la mia volontà. Così è stato anche con youtube che per 4 anni non ha visto un video. Poi ho individuato potenzialità e possibilità per far conoscere la mia attività, per dare un senso. Ho quindi raccolto le farie sfide sui social: pagina facebook, video tutorial su youtube, instagram che non digerisco proprio e da ultimo il blog. Davvero aveva ragione Umberto Eco quando affermava che:
«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».
Senza troppo approfondire, resta il problema: cosa fare, come difendersi o, se è ancora possibile, come bonificare, valorizzare. Ciascuno di noi sperimenta la sua strategia: indifferenza, bloccare gli odiatori o gli elementi di disturbo ma, su un punto credo non si debba negoziare. Abitare i social, affinare i nostri criteri di selezione, di scelta di contenuti e persone. Anche qui mi soccorre Umberto Eco, Bauman e molti altri: la cultura non è sapere tutto ma, sapere dove cercare ciò che ci serve in quel momento senza attingere nel fango dei pregiudizi, delle tesi già preconfezionate o smaccatamente populiste e demagogiche. La voglia di comunicare sinceramente esiste ancora e anche nei social al di là dei like, delle emoticons, delle immagini superficiali, dei distillati di odio e di invidia. Le perle ci sono anche qui e dovbiamo solo con pazienza affinare la nostra capacità di recuperarle.

DOROMIZU, ACQUA TORBIDA: RECENSIONE DI UN LIBRO.

Mi sono imbattuto in questo libro che non conoscevo, ogni tanto accetto di leggere a sorpresa e quasi mai resto deluso. “doromizu, acqua torbida” di Mario Vattani.
Da qui il link di Amazon:
https://amzn.to/2C2Ep2W

doromizu.

https://amzn.to/2C2Ep2WFrancis Ford Coppola ha detto una volta di Apocalypse Now: «Il mio non è un film sul Vietnam. Il mio film è il Vietnam». Forse Doromizu non è un libro sul Giappone. È il Giappone, quello che proprio non ti aspetti.
aspetteresti il Giappone eterno, quello dei fiori di ciliegio che rifulgono nel riflesso di una spada ben affilata. E invece, aprendo Doromizu, ti ritrovi in piena Tokyo decadence, tra night club, stanze da karaoke e pornografia pixellata. Ti colpisce quasi deludendoti. C’è sesso, tanto sesso: quello che cercano i turisti rapaci nei quartieri a luci rosse, quello che il protagonista fa
con le figure femminili un po’ bambine e un po’ mistiche che incontra nel suo tragitto, quello sordido che egli si ritrova a riprendere quando trova lavoro come cineoperatore di pellicole hot. C’è una serata di bagordi che non finisce come dovrebbe, uno zaino pieno di yen, dei tizi che forse fanno parte di «quelli lì», come la gente chiama gli yakuza. Fra queste maschere da teatro kabuki si muove Alex, cineasta perdigiorno in quel di Tokyo, città che egli inizialmente vive con uno spirito vagamente Erasmus. Poi le cose cambieranno.
Alex è italiano, ma non parla mai dell’Italia, se non quando, in un ricordo d’infanzia, si rivede mentre cerca i nostri eroi di guerra in alcune illustrazioni della Seconda guerra mondiale. Ma non ci sono mai, vengono ritratti solo inglesi e tedeschi. Alex parla giapponese, ragiona da giapponese, frequenta solo giapponesi. Il libro è, anzi, proprio la storia del suo divenire giapponese: ha un senso il fatto che, man mano che la storia va avanti, tutti i personaggi occidentali si rivelino degli idioti o dei traditori. Solo che Alex giapponese non lo è, non lo sarà mai. Non a caso viene costantemente scambiato per americano o francese. Agli appuntamenti arriva sempre in anticipo, quasi a imitare la proverbiale precisione nipponica, ma con il vizio dell’ipercorrettismo che tradisce un ineliminabile eccesso di zelo da neofita. E più si va avanti, più cresce la sua consapevolezza, ma anche gli equivoci, i problemi, le contraddizioni.
«Doro-mizu», in giapponese significa “acqua torbida”. Se il «mizu-shobai», il «mercato dell’acqua» è quello dell’intrattenimento, il «doromizu kaigyou», il «mercato dell’acqua torbida», è quello del sesso. Ma è anche la mancanza dell’acqua cristallina in cui rispecchiarsi, in cui vedere con chiarezza chi si è, da dove si viene. Una visione che sfugge sempre, come quei soldati italiani ricercati nelle illustrazioni, ma che non c’erano mai. Come i soldati giapponesi delle vecchie foto, sereni e sorridenti difronte alla morte, simbolo di quell’autenticità che Alex è andato a cercare dall’altra parte del mondo, e invece ha trovato altro: un mondo ambiguo e, appunto, torbido. Ma qui è iniziato un percorso iniziatico simboleggiato dal suo tatuaggio tradizionale, un dragone che gli attraversa la schiena e che si viene a comporre pagina dopo pagina, fino ad aprire simbolicamente i suoi occhi sulla forza della lealtà e della comunità, incarnate dalla family allegra e un po’ malandrina del suo tatuatore.
Ma è stato un attimo, come il ciliegio che fiorisce e che, notoriamente, rappresenta l’uomo per eccellenza, il samurai. Quell’istante di perfezione, però, è fragilissimo, dura lo spazio di un tramonto, sfiorisce subito. Il resto è ricerca dell’ordine in mezzo al disordine, distillazione della luce a partire dal buio. Nulla di tutto questo è facile, ma bisogna tentare, cercando di fare del proprio meglio.
Una ricerca di luce nelle tenebre, una volontà di scoprire la purezza nonostante tutto, Mi ha colpito questo Giappone.

A RICORDO DI UN BEL MOMENTO CULTURALE, SUL BUIO E LA LUCe.

Lo scorso 27 dicembre, praticamente lo scorso anno, ho partecipato ad un momento di festa organizzato dall’associazione Colibrì. Si è trattato di un momento di scambio di frammenti di letture che ciascuno ha proposto sul tema del buio e della luce: seguito da un ottimo rinfresco. Ho avuto modo di leggere, nella circostanza, un minuscolo frammento tratto da un libro di uno scrittore non vedente che conosco. L’autore Roberto Turolla in questo libro “I racconti del buio”, ambienta i suoi racconti al buio appunto, dove i colori, con hanno una valenza così determinante come il resto della letteratura. Mi piace lasciare in questa circostanza alcune parole della sua postfazione.

“Gran parte delle persone vedenti forse non ha mai nemmeno immaginato che cosa voglia dire per un non vedente scrivere narrativa. Eppure credo sia davvero importante che se ne parli, affinché le disabilità escano dal recinto delle forme difettose e vengano invece percepite e trasformate in abilità precise, regolate da tecniche proprie. In questo modo i normodotati possono superare un’involontaria o pigra modalità pietistica di rapporto col disabile ed entrare in una piena e completa parità, seppure su territori diversi.
In sostanza è soltanto la conoscenza profonda del mondo dell’altro che cancella, azzera e annulla le distanze, perché se il vedente entra in profondità in relazione con il mio meccanismo compositivo e per così dire osserva la mia mente che si muove alla ricerca di parole che non posso marcare con l’etichetta visiva capirà che, semplicemente, funziono in un modo diverso dal suo, che sono una persona con caratteristiche proprie, anche se diverse dalle sue. In questo modo sparirà ogni forma di pietismo. Molte persone rispetto alla disabilità adottano comportamenti pietistici in buona fede, soltanto perché non hanno strumenti per comprendere che vi sono abilità altre dalle proprie, quindi non sanno come intercettare quel problema che il disabile segnala. Se invece le persone vengono messe al corrente del meccanismo, del motore operativo di un disabile si rendono conto che è semplicemente un altro motore, non che manca il motore”.

IL DRAMMA DI ACHILLE E LA TARTARUGA.

Nei miei corsi agli insegnanti di sostegno, a proposito di tecnologia legata alle disabilità, espongo sempre questo binomio: Achille e la tartaruga. Achille è l’evoluzione tecnologica, veloce, impetuosa, straripante. La Tartaruga: lenta, impacciata, confusa. Più volte ho evidenziato Luci ed Ombre della tecnologia; indubbi vantaggi che consentono di svolgere diverse mansioni che prima erano precluse ma, contestualmente, inducono dipendenze, ansia da prestazione.
Qui un mio articolo precedente per approfondire: https://vscarfia.com/2018/11/07/tecnologia-luci-ed-ombre/ o anche sul mio canale youtube: www.youtube.com/c/valterscarfia
Quando un disabile ha acquisito finalmente una abilità tecnologica e sarebbe pronto per sfuttarla a pieno, ecco che Achille è già corso avanti imponendo nuove tecnologie, nuove opportunità e la Tartaruga mestamente deve faticosamente fare un balzo in avanti. Quale insegnamento possiamo trarne da tutto ciò? è proprio possibile che la Tartaruga possa diventare Achille? oppure, non sarebbe meglio per tutti che Achille diventasse la Tartaruga?
Le “lepri tecnologiche”, che corrono sempre più velocemente con il solo scopo di arrivare prime, non sapranno costruire un mondo duraturo, pacifico e solidale.
La strategia della tartaruga è la sola desiderabile se vogliamo un mondo sostenibile, perché permette alla società di darsi il tempo di imparare a vivere insieme.

  • Riccardo Petrella –
    Questa citazione, a mio avviso, racchiude un messaggio molto preciso, denuncia la nostra nuova schiavitù, subdola perchè ci illude di acquisire maggiore libertà proprio mediante l’utilizzo totale della tecnologia. Lo scenario lo conosciamo tutti o quasi, tutti o quasi siamo convinti che il famigerato progresso, proprio perchè è così travolgente e disordinato, ci svilisce, ci frustra ma a conti fatti, chi ha il coraggio della lentezza? Eppure, tutti siamo pronti a denunciare l’insensatezza del nostro incedere vorticoso. Ogni innovazione ci coglie assolutamente impreparati: la abbracciamo non riuscendo a capire se sarà una innovazione utile. E allora! la domanda del secolo: cosa possiamo fare per rallentare, per metabolizzare ogni innovazione e capire se potrà essere una reale conquista?
    Qualche abbozzo di soluzione: Perchè non cogliere questo binomio (Achille e la Tartaruga) come emplematico di un allarme! Perchè non recuperare dalle disabilità la riflessione di essere più prudenti nelle scelte, nelle nuove tecnologie.
    La cultura: la lettura, la visione o ascolto di scrittori e poeti,anzichè la televisione e simili ci dà strumenti più idonei per difenderci dall’aggressione delle novità a tutti i costi, ci consente di fare selezione, di assumere principi e fare ordine su ciò che più contae ciò che non conta affatto.
    Le piccole soste ai box della cultura, della dimensione spirituale per chi ha il dono della Fede, ci consente di avere su tutto questo uno sguardo più limpido, più disinteressato e obbiettivo.
    LO so, lo so, queste sono solo parole ma le parole hanno significati diversi a seconda di chi le legge e ….. chissà che, mentre per alcuni resteranno parole, per altri saranno uno stimolo ad operare un mutamento anche infinitamente piccolo. Sono tanti infinitamente piccoli che poi potrebbero creare un movimento significativo in questo mondo.

TECNOLOGIA E DIDATTICA INCLUSIVA. ESSERE PADRONI DEL PROPRIO DESTINO. DI FRANCO LISI.

Pubblico un articolo interessante sulla tecnologia e la didattica inclusiva, con particolare riferimento ai non vedenti.

Il focus di questa riflessione è detto rapidamente: la tecnologia sta alladidattica come la tifloinformatica sta alla didattica inclusiva; questa è laproporzione che cercherò di indagare nel ragionamento che segue. Partiamo dalprimo estremo: la tecnologia.

Tecnologia e scuola.
Non ci siamo stancati di ripetere che questa società dell’informazione, della“tecno-lo-crazia”, porta con sé grandi, grandissime contraddizioni. Per buonasorte esistono sempre gli opposti: come il freddo trova il suo contrario nelcaldo, l’ingiusto è bilanciato dal giusto, al disonesto corrisponde l’onesto,così, tecnologicamente parlando, gli effetti dell’ecumenico diluvio di bitsmescolano e alternano aspetti di diverso segno: eccesso, esasperazione,frenesia, volatilità, spreco, impigrimento, dipendenza, discriminazione,esclusione; e ancora: abbondanza, precisione, efficacia, opportunità, qualità,utilità, condivisione, inclusione. Parole, e-mail, documenti, animazioni,comandi, popolano display di ogni tipo: schermi di computer, di palmari, dismartphone, di tablet, di barre Braille, invadono dalla mattina alla sera lenostre giornate, illudendoci di tessere nuove relazioni umane, mettendo spessodi fatto in discussione quelle poche che si danno per scontate di avere.
Il mondo della scuola, naturalmente, non è immune da questa pervasività e nerimane a sua volta largamente contaminato, tant’è che i più disparatidispositivi tecnologici costituiscono ormai l’estensione dei banchi di classe.
È solo di una ventina d’anni fa la dichiarazione di Bill Gates che nel 1994sentenziava: «Verrà un giorno, e non è molto lontano, in cui potremo concludereaffari, studiare, conoscere il mondo e le sue culture, assistere a importantispettacoli, stringere amicizie, visitare i negozi del quartiere e mostrarefotografie a parenti lontani, tutto senza muoverci dalla scrivania o dallapoltrona». E proseguiva: «Lasciando l’ufficio o l’aula scolastica, non cistaccheremo dalla rete in quanto il computer sarà più di un oggetto da portarecon noi o di uno strumento da acquistare: sarà il nostro passaporto per unanuova vita mediatica».
Anche al cospetto di questa moltitudine di condizionamenti, si misura quindiinevitabilmente l’integrazione sociale e l’inclusione scolastica dei ciechi.Sì, persino il modo di fare scuola fa slalom entro questo percorso obbligato,sbandando un po’ qua e un po’ là, tenendo talvolta a stento la corsia; perchénon è possibile neppure in tale àmbito prescindere da ciò che è tecnologico:ogni interazione è basata sulla varietà delle fonti, sulla trasmissione diimmagini/video mediante l’utilizzo di proiettori, enormi schermi ad altarisoluzione, sofisticate lavagne elettroniche; ne consegue che la comunicazioneverbale e paraverbale, ormai relegate rispettivamente al 7% e al 38%, perdonodi valore, diminuiscono di efficacia e di incisività. La trasmissione degliinsegnamenti avviene in prevalenza tramite elementi di comunicazione visiva cheoggi costituiscono il restante 55% nel panorama delle relazioni.

La didattica.
Ora andiamo sull’altro versante della nostra proporzione, l’altro estremo, doveil termine didattica sta a significare, nella sua accezione più stringata,basica ed elementare, la modalità di insegnamento, come faccio scuola, a qualemetodo ricorro, di quale strumentazione/mezzo mi servo per insegnare. Qui, ladidattica, l’insegnamento appunto, si appoggia sulla strumentazione tecnologicamoderna per guadagnare e onorare il proprio scopo, che sempre più, a sua volta,privilegia il canale visivo: slide, piattaforme di e-learning e documentimultimediali, per altro, in gran parte non accessibili.
Fin qui non incontriamo particolari problemi, perché la tecnologia è un mezzodi comunicazione generalmente di facile acquisizione e di agevole apprendimentoda parte del ragazzo che vede; essa infatti – implicando semmai strategie emetodologie differenti nel momento dell’erogazione degli insegnamenti – affidaagli operatori scolastici la responsabilità di ripensare i contenuti e dirimodulare i programmi. “Questioncelle”, comunque, che fanno leva sullapreparazione, sull’aggiornamento professionale, sulla passione, sul dovere delsingolo docente.
A tal proposito, gli esperti di “cose di scuola” ci dicono che «non è più tempodi lezioni frontali», che «il maestro-professore deve alzare il “sedere” dallacattedra, rimboccarsi le maniche, andare in mezzo alla classe». «Ilmaestro-professore – continuano – deve avviare un rapporto-relazione a contattofisico con i ragazzi, deve stimolare attività ed esercitazioni pratiche all’internodei gruppetti di lavoro precostituiti».
La riduzione delle distanze tra docente e classe e fra i compagni, ancorchéfavorisca il coinvolgimento nelle attività di gruppo, la socializzazione,l’intrecciarsi di aumentate relazioni nella collettività degli studenti,maschera il rischio reale che il ragazzo con disabilità continui a rimanereisolato, in quanto dotato di strumentazione specifica, esclusiva e,possibilmente, non escludente.

Esempi di “solitudine tecnologica”.
Alcuni esempi del passato ci aiutino ad allontanare lo spettro della“solitudine tecnologica”.
Il picchiettio monotono, costante, distraente della macchina per scrivereinduceva il docente di turno, attorno agli Anni Ottanta, a smorzarel’assordante frastuono, retrocedendo l’allievo cieco dapprima dalle filedavanti fino all’ultima, per poi girargli il banco verso il muro in fondo, perterminare infine la corsa fuori dall’aula, almeno per il tempo dei compiti inclasse.
Sempre in quegli anni è memoria uditiva di molti il ronzio dell’optacon checostituiva un vero e proprio tormentone per i compagni più indifferenti e per idocenti più insofferenti. Che cosa non si escogitava nei periodi successivi per“soffocare a morte” lo tsunami delle onde sonore delle stampanti Braille di cuierano dotate le nostre ingombranti postazioni informatiche! È indelebilel’umiliazione di chi è stato privato del monitor, perché «non ti serve, tantonon ci vedi» oppure di chi, in assenza dello screen reader per “indisponibilitàdi fondi”, ha dovuto cimentarsi sulla tastiera del computer scrivendo al buio,alla stregua di come si faceva con la macchina per scrivere tipo Olivetti dimolti anni prima. Versioni di sistemi operativi e applicativi obsoleti o nonaggiornati, installazioni e configurazioni di software e di ausili ditiflo-informatica approssimativi e non personalizzati, la voce roca delcompagno sintetizzatore, sono altri pochi esempi di come la presenza di un setdi strumentazione tecnologica non gestita, subìta o presa in carico con scarsaconsapevolezza, possano rappresentare e dar luogo ad una sorta di involuzionenel processo inclusivo. Dobbiamo evitare, cioè, di erigere attorno al ragazzoun muro, una barriera, che stronchi di fatto sul nascere ogni potenzialemodalità di relazione, disincentivando persino quella dialogica, unitàelementare e fondante della più autentica forma di integrazione sociale.

La tecnologia e l’inclusione scolastica.
L’inclusione scolastica delle persone con disabilità non può, in ogni caso,prescindere dall’apparato tecnologico, indispensabile per il compimento pienodella sua realizzazione e quando allora si accosta il termine inclusione alleparole didattica e tecnologia, è opportuno fare una brusca frenata per proporrequalche ulteriore spunto di riflessione.
Molte delle persone ipovedenti e non vedenti – 285 milioni nel mondo di cui 19milioni sotto i 15 anni – non hanno ancora ricevuto soluzioni efficaci daidispositivi tecnologici sviluppati finora. Mentre gli educatori sannogeneralmente individuare le tecniche più congeniali per far comprendere algruppo-classe ciò che stanno insegnando, le cose cambiano quando di controintroduciamo ausili specifici che aiutano a declinare e a veicolare gliinsegnamenti rispondenti alle necessità dei singoli.
Per l’insegnamento della scrittura ad esempio, se per l’uso della penna siapplicano strategie didattiche ormai consolidate, quando lo si fa mediante ilcodice Braille, occorre avvalersi del necessario apparato strumentale e di unadidattica specifica che deve essere in possesso del formatore perché questitrasferisca le tecnicalità in modo efficace e in tempi adeguati. Parimenti, lostesso dicasi relativamente al differente rapporto con la didattica che sievidenzia nell’introduzione della tecnologia: una cosa è l’insegnamento dell’usodel computer per tutti gli allievi, diverso è l’insegnamento del computerdotato di tecnologia assistiva.
Se operazioni quali la condivisione del materiale, l’autonomia nellamanipolazione di documenti, nella produzione di file, nella navigazione in internet,risultano essere attività di facile svolgimento per l’allievo che vede, per inostri ragazzi, come per il Braille, occorre sviluppare i prerequisiti e legiuste condizioni, per poi impostare un percorso d’insegnamento della materiache abbia ragionevole possibilità di soddisfazione per il docente e per ildiscente.
Prima di essere mezzo (uno strumento, un canale attraverso cui far transitare icontenuti), l’uso della tecnologia per chi non vede è un fine, un obiettivo daperseguire con determinazione, impegno e avvedutezza; quindi bisogna valutarla,accertarne il grado di accessibilità, analizzare il contesto, concordare escegliere le soluzioni tecnologiche più idonee alle caratteristiche delragazzo, adeguarla al fine delle esigenze scolastiche, acquisirla (comprarla),individuare tempi e luoghi per la proposta didattica, installarla,configurarla, insegnarla, mantenerla aggiornata: questo non è il gioco dell’oca(butto i dadi, c’è un finanziamento e qualcosa succederà), è tutto molto piùserio, giochiamo sulla pelle dei nostri ragazzi. Ciò richiede infatti non soloenergie, sforzi, passione e competenze specifiche negli operatori, ma anche unacompartecipazione consapevole, proattività da parte dell’allievo nell’interoprocesso; parliamo di insegnare una materia aggiuntiva: prima di esseretramite, un ponte, la tecnologia assistiva è uno scopo, un obiettivo dapianificare e da conseguire.

Tastiera e barra Braille.
Utilizzo di un computer tramite barra Braille
Indubbiamente, l’ultimo quarantennio è stato caratterizzato da una sete diinnovazione tecnologica che ha interessato anche il mondo della disabilità; nelnostro ragionamento, ogni cieco è stato, suo malgrado, bersagliato da corsilampo di alfabetizzazione informatica e in qualche modo destinatario di unapostazione tecnologicamente attrezzata; non importava perché, non importava conquale tecnologia o con quale applicativo e con quali risultati: erogareformazione, questo l’imperativo!
Ciò che è stato ed è oggi ancora di forte criticità – e al riguardo non sonostati fatti significativi passi avanti – è l’assenza pressoché totale della“tiflo-info-didattica”: per quale scopo insegnare? Cosa insegnare? Con qualeausilio insegnare? Come insegnare? In poche parole, dobbiamo scongiurare unaltro rischio, per altro verificatosi sin troppo spesso, quello cioè diistruire sommariamente l’allievo con disabilità visiva, senza renderlo inrealtà autonomo nell’uso quotidiano della strumentazione informatica,inducendolo a rinunciare al suo utilizzo. Occorre evitare di trasformare ilcomputer in un’automobile impossibile da guidare!

La tifloinformatica
Sebbene la tiflo-informatica, terzo termine preso in esame nella nostraproporzione, vanti una lunga esperienza e una corposa letteratura, chi havissuto l’evoluzione della tecnologia assistiva di questi anni, in qualità diistruttore o di utente, sa che nei corsi di informatica vengono proposte soloalcune delle numerose combinazioni hardware e software dell’intero riccopanorama disponibile.
Le trasformazioni sociali conseguenti alla pervasività tecnologica richiedonocompetenze digitali per lo più solo di prima alfabetizzazione per uncoinvolgimento attivo nel processo di cambiamento in atto. Prova ne è chel’accelerazione della diffusione della tecnologia in ogni àmbito della nostravita (nelle istituzioni scolastiche, nel mondo del lavoro, nei servizipubblici) è stata favorita dall’abbattimento dei costi e dalla semplificazionedell’interfaccia utente. Due elementi che, per un verso, hanno permessoindistintamente ad ogni cittadino di possedere un dispositivo tecnologico,dall’altro, hanno impedito di fatto a una significativa fascia di potenzialiutenti di fruirne direttamente e in modo proficuo. Infatti, disegnareinterfacce amichevoli di facile comprensione e di immediato dominio significa,quasi sempre, esaltare il senso della vista; significa, quasi sempre,progettare aprioristicamente solo per una determinata categoria diutilizzatori; significa, quasi sempre, creare a posteriori il fenomeno deldigital divide [“divario digitale”, N.d.R.]. Poter acquistare con relativafacilità qualsiasi oggetto a valenza tecnologica non equivale automaticamentead averne piena padronanza. Progettare strumentazione accessibile comporta, findal momento dell’ideazione, porre attenzione e analisi particolarirelativamente alle interazioni tra i fruitori e il dispositivo, alle modalitàdi attivazione e di controllo di ciascuna funzione, al livello di usabilità deidispositivi in ciascun loro aspetto. Più persone saranno messe nelle condizionidi “manipolare” e trarre un qualche beneficio dalle prestazioni del prodotto,maggiore sarà la sua divulgazione nel mercato globale e minore sarà il gap (odivario) tecnologico, vale a dire la distanza qualitativa e anche quantitativadi sviluppo tecnologico esistente fra Paesi, fra categorie di persone, frasettori di attività diversi.
Accatastare tuttavia materiale tifloinformatico sul banco di scuola in mancanzadi un progetto compiuto può risultare motivo di ansia, frustrazione e suscitaresenso di inadeguatezza nell’allievo con disabilità. A fin di bene, e in buonafede, si rincorrono tutti i contributi disponibili per accaparrarsi questo oquell’ausilio, senza che a monte sia stata effettuata una qualsiasi valutazionequalitativa circostanziata. La scelta degli ausili di tecnologia assistivadev’essere invece ricompresa nell’àmbito di un’analisi complessiva, che tengaconto della coerenza dell’usabilità della strumentazione individuata inrapporto al grado di accessibilità del sistema tecnologico integrato e alprogetto formativo da realizzare. Un display Braille, un OCR [riconoscitoreottico dei caratteri, N.d.R.], un software per la matematica nasconderanno unvero e proprio spreco di danari, se inseriti all’interno di un’infrastrutturatelematica sviluppata attorno a videoproiettori, filmati, slide eapparecchiature non accessibili! E l’inutilità sarà certamente conseguente, inassenza di competenze tiflo-tecniche e tiflo-tecnologiche capaci di integrare eadattare tecnologie differenti, ma anche di massimizzare e veicolare flussi diinformazioni per lo scopo prefissato. I risultati attesi, inerenti adun’effettiva inclusione e agli obiettivi formativi predeterminati, sarannoscarsi, deludenti ed erroneamente fatti ricadere sull’incolpevole studente condisabilità.
Quanto più vi sarà dunque convergenza fra i molteplici adiacenti frontiinteressati e coinvolti, tanto più si raggiungerà il maggiore grado diaccessibilità, ovvero:
a) l’oggettività delle regole dettate dalla normativa vigente dovrà essereconosciuta, condivisa, fatta propria e applicata dai progettisti e daglisviluppatori di tecnologia, dai formatori e da tutti coloro che, a variotitolo, si occupano di comunicazione e sono responsabili della distribuzionedell’informazione;
b) le competenze tiflo-tecniche, tiflo-informatiche e tiflologiche dovrannoritrovare nella preparazione dell’esperto docente di informatica la capacità dileggere, interpretare e codificare l’ineludibile soggettività che sussiste nelrapporto tra fruitore e usabilità dello specifico strumento tecnologico;
c) la promozione, la pubblicità, la scheda tecnica di assemblaggio dellacomponentistica e il manuale utente di un qualsiasi dispositivo dovrannomuovere da valutazioni e da validazioni fondate su metodi scientifici dirilevazione di accessibilità e usabilità.

Spero, mi auguro, sono convinto che in particolare per quest’ultimo aspettol’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e le strutture ad essacollegate sapranno sostenere sui versanti tecnico e politico un percorso checondurrà alla formalizzazione di un sistema di certificazione normato eautorevole. In tal senso, la stretta collaborazione con le autorità competenti,con i produttori, i fornitori e i vari portatori d’interesse caratterizzerà unaprospettiva che nel prossimo futuro consentirà di varcare nuove frontiere edesplorare sorprendenti scenari nelle interazioni uomo-macchina-disabilità.

Proposte formative.
Per tracciare ulteriormente il perimetro entro il quale si articola il nostroragionamento attorno all’accessibilità, alla tiflo-informatica, allatiflo-info-didattica e alla didattica inclusiva, occorre prendere inconsiderazione altre determinanti variabili.
In effetti, la definizione dei programmi dei percorsi formativi di informaticadi una qualsivoglia tipologia rivolti ai ciechi e agli ipovedenti, volendonaturalmente generalizzare, è influenzata da interferenze esterne nontrascurabili. Vediamo schematicamente alcuni elementi utili per laprogettazione di un corso.
1. Scopo della proposta formativa: formazione di base; formazione avanzata;formazione mirata a specifici argomenti (ausili hardware o software);formazione specificatamente funzionale ad apprendimenti di altre discipline.
2. Destinatari della proposta formativa: corso individuale; corso di gruppo;allievi in età scolare, lavorativa, adulti (tempo libero).
3. Disponibilità di risorse economiche: assenza di finanziamento; finanziamentopubblico; finanziamento privati; corso finanziato dagli iscritti.
4. Disponibilità di risorse umane: qualifica/esperienza del docente; presenzadel co-docente/tutor; docente vedente, ipovedente o cieco.
5. Scelta degli argomenti: argomenti programmati dagli organizzatori dellaproposta formativa, suggeriti dall’allievo/i, dettati dalle circostanze (duratadella formazione, disponibilità del materiale necessario, prerequisitiriscontrati).
6. Scelta della tecnologia: tipologia dell’aula; caratteristiche degli allievi(ipovedenti, ciechi assoluti, gruppo misto); obiettivi formativi.
7. Durata del percorso formativo: disponibilità del personale, degli allievi,dello spazio-aula; tipologia e complessità degli argomenti in programma; budgeteconomico disponibile; tempistica dettata dalle regole del bando pubblico.
8. Verifica dei prerequisiti d’ingresso: allievo ipovedente, cieco; possessodel codice Braille; conoscenza degli elementi di base degli argomenti delcorso.
9. Selezione dei candidati: verifica dei requisiti per la partecipazione alcorso.
10. Fine secondario: socializzazione; sensibilizzazione.

Se l’esperienza maturata nel campo tifloinformatico ci incoraggia ad accertarecon ragionevole consapevolezza le competenze di base indispensabili per ilprofilo del docente di informatica, resta da colmare l’enorme lacunaconcernente la definizione del minimo comune denominatore volto ad attribuireai corsi un valore aggiunto, un marchio di qualità: non solo quanti e qualiargomenti vengono proposti in rapporto ad un dato tempo, ma con qualimetodologie, con quali strategie didattiche vengono affrontate le lezioni.Quindi: perché fare? quando fare? cosa fare? come fare?
Le risposte sono necessarie, ma prima dobbiamo metterci d’accordo sulledomande. Di seguito, ancora alcuni quesiti che possono far comprendere megliola delicatezza e il grado di complessità dell’argomento oggetto di analisi.
° Qual è il profilo del tiflo-informatico?
° Chi è autorizzato a fare la scuola guida e a rilasciare la patente?
° Basta il buon senso, l’intuito, l’esperienza personale per orientarsi e,soprattutto, orientare altri nella scelta fra ciò che è utile e ciò che èspreco o superfluo?
° Quali sono le competenze di chi intendiamo riconoscere e abilitare adimpartire con autorevolezza buoni consigli ed efficaci insegnamenti? Uningegnere? Un sistemista? Un esperto di tecnologia assistiva, di accessibilitàoppure di didattica informatica, di didattica generale o speciale?
° Come insegnare la tiflo-informatica? Il professionista ci aspettiamo che siain possesso di un’accertata cultura tiflologica, tiflo-pedagogica? È bene checonosca la didattica dell’insegnamento del Braille e avere propri i concetti diaptica [riconoscimento tattile degli oggetti, N.d.R.], per proporre in modoopportuno esplicative mappe in rilievo?
° Deve conoscere il percorso di insegnamento della tastiera, il significato deitasti funzione dei display Braille, l’utilizzo approfondito degliscreen-reader?
° Vediamo in questa figura un tiflologo specializzato in questioni tecnologicheoppure un informatico specializzato in questioni tiflologiche o piùprecisamente tiflo-pedagogiche?
° Quando e come introdurre il codice Braille nei percorsi di alfabetizzazioneinformatica?
° Proponiamo un metodo basato su un apprendimento mnemonico e meccanico chetrascuri il contesto oppure concettuale e logico che tenga conto delladescrizione di finestre, titoli, icone, non tralasciando di nominare elementi esimboli grafici visivi e che si avvalga del supporto di tavole in rilievo perarricchire le esercitazioni e fissare le immagini?
° La tiflo-info-didattica è altro dalla tiflologia oppure è l’altra facciadella medesima medaglia?
° Nel porre l’obiettivo didattico, ci si deve strettamente attenere allatrattazione dell’argomento oggetto dell’insegnamento (un sistema operativo, unapplicativo, una funzione) oppure finalizzarlo alla comprensione di un altroinsegnamento?
° È necessario, poi, indagare con successivi interrogativi l’altro versante:l’allievo. Quali i prerequisiti necessari per un approccio corretto ed efficaceall’avventura tecnologica? Vi è un’età in cui incominciare? Da qualiprerequisiti partire?

Giuseppe Pontiggia.
«La normalità – scrisse Giuseppe Pontiggia – sottoposta ad analisi aggressivenon meno che la diversità, rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardifunzionali, intermittenze, anomalie…»
I venti stanno cambiando
Stiamo vivendo, tiflo-logicamente parlando, momenti delicati. Si ha lapercezione, per altro, che i venti stiano cambiando di direzione. La didatticainclusiva richiede incontrovertibilmente anche risposte quantitative: è necessarioconoscere piani, regole, tempistiche, oltreché riferimenti economici certi.Elementi meramente burocratici-amministrativi dovrebbero essere comunque insubordine e conseguenti ad aspetti concettuali e teorico-pratici, i qualidevono invece essere anteposti e fungere da guida. Dobbiamo far tesoro diun’esperienza di quasi quarant’anni di integrazione scolastica che per unasimpatica coincidenza corrisponde più o meno ad altrettanti di tecnologiaassistiva.
Siamo chiamati oggi alla messa a punto di un metodo scientifico di validazionedi efficacia e di efficienza del rapporto tra tiflo-informatica e didatticainclusiva: ecco l’incognita della nostra proporzione! Qualità dellostrumento-mezzo, qualità nella veicolazione dei contenuti, qualità della didatticaspecifica, qualità nella trasmissione del messaggio. Chi si prende cura ditutto questo? Questa responsabilità non può essere ricompresa nei singolioperatori; non è più tempo degli assoli! Non esiste “Superman”! Occorre operarein team! Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di affermare che le competenzenecessarie per fare didattica inclusiva con la tiflo-informatica trovano illoro alveo naturale nelle maglie di una rete precostituita sviluppatasi attornoa quegli anelli portanti che hanno tracciato e scritto la storiatiflo-pedagogica nel nostro Paese. Soltanto se proteggeremo, difenderemo,sosterremo, promuoveremo le nostre strutture che operano in tal senso, apartire dagli Istituti per Ciechi, potremo trovare o “costruire” le rispostenecessarie per garantire un servizio tiflo-pedagogico che non facciarimpiangere il passato.
Oggi, occorre una convergenza multidisciplinare. Attività di ricerca e diaggiornamento, seminari, veri e propri corsi mirati, valutazioni di dispositivie di software, attività laboratoriali extrascolastiche. E tutte queste bellecose devono avere fonte, devono muovere da un know-how conquistato e tramandatoda chi ci ha preceduto. Affermare il principio della “qualità totale”, concettooggi tanto caro al moderno mercato imprenditoriale, è il nostro primo dovere,il primo obiettivo; ciò significa infatti erogare un servizio utile perrispondere alle reali necessità dei nostri ragazzi e delle loro famiglie.

Scontro sensoriale o multi-sensorialità?
In quale modo la tecnologia continuerà ad essere al servizio dell’uomo? Qualisaranno i parametri qualitativi di domani? Quanto e in che modo svolgerà unruolo a compensazione delle disabilità?
La progettazione di una tecnologia facile, “amichevole” e sempre più autonoma èfuor di dubbio indicatore e cartina di tornasole dell’evoluzione delledinamiche relazionali uomo-macchina. Vero è che più il rapporto uomo-device

[device = dispositivo, N.d.R.]

sarà basato prevalentemente su comandi gestuali impartiti a distanza e il solo pensiero sarà scintilla e causa di un evento esterno indipendente, tanto più il senso della vista manterrà la supremazia sugli altri sensi. Avrà dunque termine lo scontro sensoriale in atto oppure la multi-sensorialità, intesa come larga banda attraverso cui interagire con le “cose”, continuerà ad essere oggetto di attenzione da parte dei ricercatori?
Ad ogni modo, più lo strumento tecnologico si affrancherà dall’uomo, tanto più questi gli cederà potere di scelta e di azione. L’uomo avrà “schifo” persino di toccare ciò che è frutto della sua creatività, ciò di cui si serve. L’uomo prenderà le distanze da ciò che è il risultato della sua ricerca e da ciò che inventa, da ciò di cui non potrà più comunque fare a meno. In quest’ultimo scenario, allora, l’uomo non guarderà al visivo come strumento per “manipolare” il mondo, ma sarà schiacciato, soverchiato, dominato, sarà – in una sorta di ribaltamento dei ruoli – “pilotato dalla tecnologia”, dalla robotica, dall’intelligenza artificiale, da ciò che egli stesso ha realizzato per sua stessa mano e intelligenza. La disabilità e la tiflo-informatica troveranno ancora posto lungo l’asse tecnologia-didattica digitale? Potranno le tecnologie avanzate del futuro “normalizzare” ogni forma di disabilità? Ma cos’è la normalità? Ed esiste una normalità? Avrà ancora senso ragionare di didattica inclusiva?
Abbiamo imparato a dirci che nessuno può essere considerato normale. Forse, neghiamo la normalità perché non accettiamo la nostra diversità: «La normalità – sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità – rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie. Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile alla finestra. Si finisce così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l’immagine della norma» (Giuseppe Pontiggia, Nati due volte).

Nassim Nicholas Taleb
«L’antifragilità – ha scritto il filosofo, saggista e matematico Nassim Nicholas Taleb – va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora»
Se la norma si configura come pluralità di differenze, non possiamo permettere, tuttavia, che alcuno si dimentichi dei bisogni specifici delle persone che vivono in uno stato di permanente difficoltà, per condizioni fisiche, mentali, ambientali o sociali, che comportino svantaggi ed emarginazioni. È importante altresì riconoscere la necessità di non permettere al deficit di oscurare il valore della persona nella sua essenziale umanità, sottolineando le abilità, valorizzando le potenzialità di ogni individuo, richiamando il concetto tanto avverso quanto interessante di “diversabilità”.
La Pedagogia Speciale si sta occupando, alla luce dei cambiamenti sociali e culturali in atto, anche dello studio, della ricerca e della presa in carico e cura delle situazioni di vulnerabilità causate non solo da fattori biologici, ma anche personali, sociali, culturali e ambientali. Ricerca inoltre i modi possibili per favorire una riorganizzazione positiva della vita, con l’osservazione e lo studio degli atteggiamenti di resilienza ovvero la resistenza psicologica alle avversità, che rappresenta una nuova prospettiva verso la disabilità e l’handicap. Se si vuole lavorare nell’interesse della persona con disabilità, non si può partire dalle competenze burocratiche, bisogna partire da lui, crescere con lui, seguirlo in tutto il continuum della sua esistenza, individuando per lui e con lui il suo “progetto di vita”.
È peraltro da scongiurare la «tragedia della modernità: come nel caso dei genitori nevrotici e iperprotettivi, spesso chi cerca di aiutarci finisce per farci più male. Se quasi tutto ciò che è calato dall’alto (top-down) rende fragili, impedendo l’antifragilità e la crescita, d’altro canto con la giusta quantità di stress e disordine tutto ciò che viene dal basso (bottom-up) fiorisce. Lo stesso processo di scoperta è condizionato dall’antifragile arte di sperimentare e da un’aggressiva assunzione di rischi, piuttosto che dall’aver ricevuto un’istruzione regolare (e lo stesso vale per l’innovazione o il progresso tecnologico) (Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine).

Fragilità e antifragilità.
Spesso attribuiamo la causa della nostra fragilità totale unicamente a quelle tre lettere del prefisso “dis”, “calato dall’alto”, che rappresenta la negazione o la privazione di una qualsivoglia condizione di abilità. L’oppressione di quella parolina ci pervade e ci tiene compagnia dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina, ci soverchia tutti i giorni della nostra vita: cresce, vive e se ne va con noi. Come combattere la fragilità? Come rifuggirla? Esiste il suo opposto funzionale? Esiste davvero un antidoto efficace?
Cerchiamo riparo in situazioni ed eventi esterni a noi, indipendenti da noi. Le nostre generazioni, ad esempio, trovano per lo più momenti di sollievo e conforto salvifici nel rincorrere gli ultimi ritrovati tecnologici: improvvisate sperimentazioni, test senza un dichiarato scopo, promesse vaghe, si rivelano spesso specchi per allodole. L’inconscio bisogno di riprendere un po’ di fiato trascorrendo brevi istanti di evasione si traduce in rapida delusione e inevitabile rammarico; siamo chiamati a conoscere aggeggi di dubbia utilità, ausili spesso solo tali sulla carta, ultime versioni di software talvolta peggiorative; ogni volta siamo attratti con lo stesso immutato ardore e la medesima rinnovata speranza, disposti a donare la nostra unicità di persone con tutte le loro inestimabili differenze, in nome e in cambio di un’uguaglianza fatta di ipotetiche pari, fugaci opportunità; ogni volta – quasi ogni volta – riprecipitiamo giù, quando qualcosa o qualcuno mette in luce i nostri limiti, fisici o sensoriali, pronti però a ripartire, questa volta, dalla nostra segreta fortezza fatta di fatiche mai dichiarate, di sconfitte mal digerite, di intime frustrazioni alquanto corrosive.
Affrontare con avvedutezza gli ostacoli della vita, reagire prontamente agli imprevisti, abituarsi alla disabitudine, sono alcune fondamentali leve dalle quali può lievitare la crescita personale di un qualsiasi individuo, disabile o no.
Di certo, i dispositivi tecnologici sono ormai considerati vitali per tutti, dallo smartphone al personal computer; è fuor di dubbio che non riusciamo ad immaginare un mondo privo di tecnologia! Il confine, infatti, tra mondo reale e virtuale è alquanto aleatorio. Muoversi con la consapevolezza di poter sbagliare, di mettere il piede in fallo, di cadere senza appiglio, sono rischi che ormai fanno parte della nostra stessa esistenza, con i quali dobbiamo imparare a convivere fino a farceli amici.

Ecco ancora una qualità, un’altra abilità da migliorare! Ci viene in aiuto ancora una volta Nassim Nicholas Taleb con il suo illuminante lavoro: «L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora. Questa qualità è alla base di tutto ciò che muta nel tempo: l’evoluzione, la cultura, le idee, le rivoluzioni, i sistemi politici, l’innovazione tecnologica, il successo culturale ed economico, la sopravvivenza delle aziende, le buone ricette (per esempio il brodo di pollo o la bistecca alla tartara con un goccio di cognac), lo sviluppo di città, civiltà, sistemi giuridici, foreste equatoriali, la resistenza dei batteri… persino la vita della nostra specie su questo pianeta. Ed è l’antifragilità a determinare il confine tra ciò che vive ed è organico (o complesso), come per esempio il corpo umano, e ciò che è inerte, per esempio un oggetto come la graffettatrice che abbiamo sulla scrivania» (Taleb, Antifragile cit.).

Similmente antifragile è colui che ha imparato a lottare strenuamente senza risparmio per conquistare oggi un pezzetto di integrazione sociale, per poi all’indomani farselo sciogliere tra le mani come neve al sole; riafferrarlo ancora e poi di nuovo vedere svanire i propri sforzi il giorno successivo…
Combattere i pregiudizi più intimi, le convinzioni più radicate, le false credenze più diffuse, presuppone forza di volontà, perseveranza, determinazione, decisamente altro e di più del saper resistere. Ad esempio, l’applauso di quando attraversi l’incrocio “alla grande” schivando le auto e azzeccando il passaggio tra le aiuole dello spartitraffico oppure l’ovazione corale di quando imbocchi la scala della metropolitana senza fallire il primo scalino, pèrdono di spontaneità e di gratitudine al primo “oh” urlato, allorché sbatti contro un palo, lì, per caso, oppure ti adagi su una bicicletta mal posta sul marciapiedi; il consenso di stupore che si coglie nel salire in scioltezza i gradini del tram si trasforma in solidarietà compassionevole, quando vieni assalito dai numerosi e rumorosi benefattori sempre pronti a cederti il posto a sedere; la meraviglia smisurata di come accarezzi lo schermo di uno smartphone si alterna allo scetticismo nel momento in cui il software di navigazione ci fa sbagliare percorso o numero civico, quasi che in fondo la colpa sia da ricondurre all’utilizzatore.
L’integrazione sociale serpeggia tra il caso, la casualità, il disordine, la volatilità e i fattori di stress: l’integrazione sociale non è lineare ed è anche per questa ragione antifragile, si evolve alla stregua dei sistemi più complessi.

L’inclusione e i “cigni neri”
Il ragionamento calza alla perfezione affrontando le tematiche segnatamente correlate all’inclusione scolastica. Vi è la tendenza a generare reazioni a catena che escono dal controllo e riducono, o perfino annullano, le certezze di un’oculata pianificazione, provocando quindi eventi fuori misura.
Se da un lato il mondo odierno sta senz’altro accrescendo le proprie conoscenze tecnologiche, dall’altro, paradossalmente, rende le cose molto più imprevedibili. Ora, per ragioni connesse all’aumento di ciò che è artificiale, all’allontanamento dai modelli ancestrali e naturali e alla perdita di robustezza causata dalle complicazioni che si incontrano creando qualsiasi cosa, il ruolo degli eventi rari (i “cigni neri” di Taleb) sta assumendo sempre più importanza. Inoltre, siamo vittime di una nuova malattia, la neomania, la quale ci porta a costruire sistemi vulnerabili alla stregua del “cigno nero” nel nome del “progresso”.
Il percorso dell’inclusione scolastica oscilla in continuazione e si appoggia ora sul pilastro tecnologico e dell’accessibilità al digitale e al materiale di studio, un po’ meno sul pilastro dell’orientamento e della mobilità, talvolta sul pilastro della relazione con i compagni e con gli insegnanti, molto raramente sul pilastro dell’indipendenza e della libertà di pensiero.
Ricercare un equilibrio che favorisca una crescita armonica dello studente significa contemplare l’imprevisto, accettare il rischio, mettere in luce punti di potenziale vulnerabilità. Per questa prospettiva occorrerebbe un’inequivocabile convergenza interdisciplinare fra le componenti che concorrono al processo inclusivo, la qual cosa non è scontata per molteplici ragioni: diverse sensibilità individuali; differenti livelli di conoscenza delle implicazioni correlate alla disabilità visiva; visioni diverse dei processi educativi; problematiche inerenti alle difficoltà di tipo organizzativo, concernenti gli incontri di confronto e di pianificazione.
Proteggere i nostri ragazzi dalle insidie del sistema equivale, d’altra parte, a conservare lo status quo e ad optare per la via più facile, quella cioè della rassegnazione al loro futuro di permanente fragilità. Come siamo fieri ed orgogliosi del nostro operato di tutor, quando il nostro studente (modello o “cavia”) dà prova di saper utilizzare la tastiera di un computer a dieci dita, di saper aprire con presunta rapidità una cartella o un documento digitali, di saper far scivolare con destrezza due dita sullo schermo piatto di un dispositivo interattivo; come siamo contenti… Urliamo per questo al successo inclusivo! Così, in qualche modo, siamo, ahimè, colti di sorpresa, ci deresponsabilizziamo e non sappiamo meravigliarci neppure più, dinanzi alla scarsa autonomia che egli mostra nel riporre in modo maldestro la “cavetteria” e tutta la tecnologia di cui dispone nello zainetto oppure di fronte allo smarrimento che vive nel tentativo di raggiungere la porta di uscita dell’aula. Come sappiamo profondere elogi in abbondanza nel vederlo navigare tra intestazioni e tabelle con buona disinvoltura, presentandolo come un piccolo fenomeno, così non siamo in grado di dargli suggerimenti appropriati e di fornirgli strategie efficaci e metodologie adeguate al momento di rielaborare e di concettualizzare i contenuti della pagina.

Le dinamiche che sottintendono a questo composito sistema sono parallele, interdipendenti, talora si compenetrano; una lettura che non sia superficiale può avvenire compiutamente da un acuto osservatore esterno in grado di coglierne gli effetti generali o, comunque, richiede uno scambio consapevole condotto costantemente dal gruppo degli operatori. L’insegnamento dell’informatica e la possibilità di accesso a strumenti tecnologici, da soli, non determineranno la bontà di un percorso di inclusione, così come la relazione con uno, due compagni non indurrà a persuadere che il nostro allievo si senta a proprio agio nelle attività di gruppo. L’inclusione scolastica è la somma degli istanti che costituiscono una parte della nostra vita! Avremo creato condizioni di vera inclusione solo quando nei nostri ragazzi i momenti di autentica serenità prevarranno su quelli difficili. La fonte dell’umana gioia consiste nel sentirsi liberi da ogni paura, ansia, stress, frustrazione e non fa preoccupare di nulla; la fonte dell’umana gioia è quando ciò che fai ti tranquillizza e ti insegna qualcosa, continuamente; quando ti senti bene ogni volta che commetti un errore, perché sai che stai imparando qualcosa. Le sensazioni che sapremo far loro provare influiranno sulla loro salute, sulla loro autostima, sulla qualità delle relazioni che sapranno tessere con gli altri e sulla loro vita. Che siano quindi meravigliose!
Disciplina, sforzo, determinazione: tre qualità le cui ricompense saranno sorprendenti!
Una didattica, per poter essere definita “per tutti”, deve avere tra gli obiettivi primari quello di stimolare gli studenti a darci dentro per ottenere qualsiasi cosa desiderino; ad essere orgogliosi di se stessi e darlo a vedere; ad avere il controllo di ogni cosa che fanno e che devono fare; ad amare la vita e adorare di stare in compagnia. I momenti difficili sono, appunto, solo momenti che ti fanno diventare persona migliore. In fondo in fondo, occorre sapere che quegli istanti servono per imparare delle preziose lezioni. I nostri ragazzi si sentiranno realmente felici, rilassati, fiduciosi, centrati e lucidi riguardo ad ogni cosa, quando sapranno godere della loro libertà. Ci sarà integrazione totale quando saranno tutti individualmente liberi, non prigionieri cioè dei propri limiti fisici, ma soprattutto dei limiti dei propri pensieri, della propria mente. Solo allora potremo sostenere che avranno raggiunto la piena integrazione sociale e inclusione scolastica; solo allora potremo apprezzare gli effetti di una didattica inclusiva.
L’insegnamento dell’utilizzo ancorché basico del personal computer e della tecnologia assistiva avrà tanto più raggiunto il suo scopo inclusivo quanto più saprà richiamare, ricomprendere e contemplare i valori appena menzionati. Un insegnamento privo della competenza info-tiflo-pedagogica si muoverà nella direzione contraria e correrà il rischio di erigere nuove e vecchie barriere attorno al nostro allievo, gettandolo nell’isolamento più opprimente, impregnato di rassegnazione, vana fatica, frustrazione. Una preparazione professionale approssimativa del tiflo-informatico e un’improvvisazione metodologica possono dare origine nel discente ad irreparabili sensazioni di sfiducia nelle proprie capacità, generando tra l’altro un rifiuto per la materia che si protrarrà nel medio-lungo periodo.
Un sistema di inclusione scolastica che intenda ambire ad elevati parametri qualitativi, allontanandosi dallo spettro della regressione storico-politica di nuove forme di emarginazioni coatte, dovrà potersi sviluppare all’insegna della trasparenza e di un costante confronto tra figure esperte, in presenza di regole certe. Diversamente, si accompagneranno le famiglie e i loro ragazzi verso una trappola che rilascerà i suoi segni negativi più indelebili.

«Le cose che imparate a scuola non sono che l’inizio. Il vero laboratorio comincia quando ve ne andate» (Richard Bandler): intanto, non ci rimane che riversare la speranza e la fiducia nei nostri ragazzi che, da soli, sono costretti a porre rimedio alle incapacità e alla vanità di noi adulti.
Alcuni versi di una poesia scritta da un poeta inglese molto malato sul letto d’ospedale racchiudono magistralmente un insegnamento che dovrebbe essere il riferimento di ogni materia; si dice che Nelson Mandela, nei suoi ventisette anni di carcere la recitasse, la interpretasse per darsi forza e coraggio: «Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanti castighi ci possano essere nella vita, ma che voi siate, ragazzi, padroni del vostro destino e capitani della vostra Anima».
Buon cammino, ragazzi, buon cammino!

Franco Lisi,
Direttore scientifico dell’Istituto dei Ciechi di Milano.

IL VALORE DEL SILENZIO NELLA COMUNICAZIONE.

In un articolo precedente avevo analizzato la potenza delle parole, nel bene e nel male: (le parole sono chiodi), tanto per autocitarmi.
Qui mi piace parlare del silenzio nella comunicazione, della necessità del silenzio, del suo potere. La musica è fatta di note ma anche di pause. Il vero oratore che utilizza le parole in modo fluente,è colui che sa arricchire il suo eloquio con pause che dosa saggiamente per dare enfasi, per catturaremahgiore attenzione. I discorsi più significativi sono preparati da lunghi silenzi che ci servono a riordinare il groviglio dei nostri pensieri. Il silenzio, quando non è un muro di gomma e diventa allora negativo, consente di recuperare serenità nei confronti troppo serrati. Se io sono ahgressivo e l’interlocutore sta in silenzio, io sono costretto a fermarmi per capire questa reazione. Il silenzio poi, è fortemente legato all’ascolto: è ovvio, più facciamo silenzio e più ci predisponiamo all’ascolto, e sappiamo quanto questa pratica sia importante e disattesa dai più. Si ledge e si scrive in silenzio, si Prega in silenzio anche se non sempre, le cose più buone le mangiamo in silenzio, si pensa, quando lo facciamo, in silenzio, si dorme anche in silenzio. Quante frasi e proverbi di saggezza popolare magnificano il silenzio/
(Un bel tacer non fu mai scritto), (la parola è d’argento, il silenzio d’oro).
Ma dunque dovremmo tacere più spesso? si certo, sarebbe davvero meglio.

SE SEMBRA IMPOSSIBILE, ALLORA SI PUÒ FARE.

le sfide piccole e grandi, mi hanno sempre affascinato; sono state il viatico della mia vita, la molla che mi ha lanciato nel superamento degli ostacoli.

mi ha catturato il titolo di questo libro di beatrice vio, la famosa schermitrice paraolimpica, “se sembra impossibile allora si può’ fare”. mi sono sentito personalmente coinvolto: stesso approccio alla vita, stessa volontà’ di non arrendersi affrontando le difficoltà’ con il sorriso.

magari non diventerà’ una scrittrice, pero’ la lettura risulta scorrevole e finisce per diventare un libro motivazionale, di stimolo per tutti quelli che, pur avendo tutto, si deprimono, si piangono addosso e buttano via le energie migliori lamentandosi.

Ho letto-ascoltato il libro da audible, una piattaforma di libri letti da lettori professionisti che aggiungono valore all’opera stessa. Ho inserito qualche scampolo nel video che ho fatto per youtube.

https://youtu.be/PrIPl3-JfJI