Ma come facevamo quando Aranzulla non c’era!

A chi non è capitato di imbattersi nel portale di Salvatore Aranzulla nel momento in cui cercava una soluzione ad un suo problema tecnico, che in quel frangente diventa prioritario. (Non sapevo come uscirne, per fortuna c’è san Aranzulla che mi è venuto in soccorso). Ha ragione chi lo afferma, l’importante è risolvere. Però, c’è un però. Con il suo portale Aranzulla ha fatto un mare di soldi, che non è di per sè deprecabile. Ma in che modo ha potuto farlo? Semplicemente sottoponendo a google articoli prolissi, quasi enciclopedici, per assecondare a suo vantaggio i criteri di indicizzazione e posizionamento di google stesso. Anche in questo caso niente di male: tutti vorremmo fare come lui e per questo è indubbiamente un grande. Ma allora perchè è stato depennato da wikipedia e di cosa lo accuso. Anzitutto perchè, per quanto ridondante, il buon Aranzulla non è enciclopedico. C’era un tempo in cui se cercavo su internet una procedura semplice per attivare una sintesi vocale sul mio pc, trovavo una soluzione chiara che in 3 righe, mi metteva in condizione di lavorare con la sintesi vocale. Ora, una volta inviata la mia richiesta, mi ammicca subito come prima scelta scoraggiiandomi dal proseguire oltre, il portale di Aranzulla. (Hei amico/ vorresti attivare una sintesi vocale sul tuo pc e non sai come fare? nessun problema, ci sono qui io apposta per spiegartelo in Pochi ?pochi?) passaggi. Anzitutto se hai intenzione di attivare una sintesi vocale, significa che probabilmente sei non vedente; e allora, lascia che ti spieghi chi sono non vedenti ”” Bene, ora che sai chi sono i non vedenti, passiamo a spiegare cosa sono le sintesi vocali e a cosa servono ”’). A questo punto, quando l’ambiente è già saturo di fumo perchè l’arrosto è già carbonizzato, Talvolta la soluzione è approssimativa, lacunosa e inconcludente. Ti attacchi al telefono e rintracci qualcuno che in 3 minuti ti fornisce gli strumenti giusti per far parlare il tuo benedetto schermo. Non avrai capito niente da Salvatore, ma in compenso lo hai ulteriormente arricchito e un non vedente finalmente sa chi sono i non vedenti: forse/ Intanto la ricerca grazie a Salvatore Aranzulla e a google, è peggiorata di parecchio, per assecondare la logica del profitto.

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Attaccata sui social perchè non vedente o donna?

Annalisa Minetti

Attaccata dai social perchè è non vedente o donna?

La cantante Annalisa Minetti, non vedente, è stata attaccata duramente sui social perché diventata mamma per la seconda volta. Confesso di non essere propriamente un estimatore della cantante: le sue sparate contro i cani guida, contro l’uso del bastone bianco e uno strano giudizio sull’autonomia personale, mi trovano in totale disaccordo, ma sono sempre più allergico a questi attacchi che nascondono, neanche poi troppo, una patologia da non sottovalutare. Il problema sono i social o davvero si pensa che una donna con disabilità non possa diventare madre? La sua disabilità condiziona il suo diritto di diventare genitore? Perchè Andrea Bocelli, non vedente pure lui, può avere figli e la Minetti no? Si è scatenata una tempesta dopo che lei ha pubblicato su Instagram una foto con in braccio la sua ultima nata, Elena, mentre festeggia un bel 27 all’università. Un duro affronto per gli haters (odiatori). Ma ecco un campionario di accuse: “ma come, sei disabile, canti, balli, presenti programmi, e ora diventi anche mamma per la seconda volta?” “Come’è possibile raccogliere così tante medaglie dal paniere della vita partendo da una condizione come la tua?”, “io certo non vorrei fare cose oltre la normalità solo per apparire normale”. E ancora: “sei una persona piena di sé, sei una privilegiata”, “io Non avrei messo al mondo dei figli che non potrei mai vedere”.
Ma non succede solo alla Minetti; Anche la campionessa paraolimpica Bebe Vio, ha dovuto incassare insulti anche più pesanti. Nel mio piccolo anche io sono stato apostrofato su Instagram dove ho inviato una foto: “abbiamo capito che non hai gli occhi, ma sono cazzi tuoi e non sei neppure intelligente, mi stai sul …. “. Naturalmente, dopo un minuto di stupore, il poveretto è stato immediatamente bloccato.

Secondo me i social stanno sfuggendo al nostro controllo e L’invidia sociale galoppa e monta sulla rete. I social network dovevano rappresentare l’alba di una democrazia finalmente compiuta e invece sembra stiano diventando uno strumento di odio e inciviltà. La tecnologia è molto più avanti rispetto alla comprensione che noi abbiamo dei suoi effetti su noi stessi. Tant’è vero che sta producendo delle conseguenze che non avevamo proprio previsto. Come sostiene la psicanalista americana Sherry Turkle, dovremmo amare “la nostra tecnologia a sufficienza da cercare di comprenderla e amare a sufficienza noi stessi da comprendere gli effetti che essa ha su di noi”. E’ evidente il fatto che un certo uso dei social sta innescando una pericolosa deriva, una inesorabile dissoluzione della civiltà. non esiste solo la mamma, ma anche la figura paterna e le rispettive famiglie. Chi sui social attribuisce alla Minetti il privilegio di avere chissà quale rete intorno, dimostra come oggi tendiamo a pensare agli altri come individui isolati e soli, fuori dalla comunità. Il problema è che oggi ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri. Invece dovremmo poter pensare a una società che ti aiuta e ti assiste, soprattutto se sei in una condizione di fragilità. E in Italia, esiste per fortuna una tradizione, non sempre adeguatamente valorizzata, composta dal terzo settore, dalle associazioni, dal volontariato». Una rete preziosa che si occupa delle nostre fragilità. Questa rete è messa a dura prova anche da questi atteggiamenti sui social; pensiamoci.

Servizi e contenuti di facebook e instagram più accessibili per i disabili? ma …. siamo sicuri?

Riporto il contenuto, al solito troppo, diciamo così, divulgativo di servizi utili su facebook e instagram in favore dei disabili. Ma poi mi corre l’obbligo di completare con alcune considerazioni da fruitore.
“da Disabili.com del 07-01-2019”.

Le novita' Facebook, Instagram, Skype, servizi e contenuti piu' accessibili agli utenti disabili

Dalla possibilità di inserire il testo alternativo delle immagini ai sottotitoli in tempo reale, come si muovono i big di internet per l’accessibilità dei contenuti grazie all’Intelligenza Artificiale.

Al ristorante è difficile resistere alla tentazione di immortalare e condividere immediatamente su Instagram il nostro piatto artistico (ah davvero sarebbe così difficile?); al concerto una serie di foto a raffica da sotto il palco non la fai per una story in diretta (anche un non vedente?)? Le famose ginocchia in primo piano su sfondo marittimo, poi, sono il tormentone visivo delle vacanze mostrate su Facebook, un po’ per restare in contatto per gli amici, un po’per dire io sono in spiaggia e voi no ?ma anche no*!
Insomma, la nostra vita ormai è sempre più distillata in immagini condivise in tempo reale sui social, dove la foto la fa da padrona, a discapito del testo.
In considerazione di questo, grazie all’intelligenza artificiale i colossi del web sociale si stanno adeguando per rendersi più accessibili anche alle persone con disabilità della vista i contenuti che quotidianamente tutti noi produciamo attraverso le immagini.

DESCRIZIONE FOTO INSTAGRAM. L’ultima novità arriva da Instagram, che ha annunciato due nuovi miglioramenti per favorire la fruizione dei suoi contenuti da parte delle persone ipovedenti o non vedenti che usano il principale social dedicato alle immagini, amatissimo in particolare dai più giovani, che lo scelgono sempre più spesso, abbandonando Facebook. Instagram, fanno sapere dal quartier generale dell’azienda, ha introdotto due funzioni: il testo alternativo automatico per le immagini, e la possibilità di inserirlo a mano da parte dell’utente. Il testo alternativo non è altro che la descrizione di ciò che è contenuto nell’immagine, che viene letta dallo screen reader della persona non vedente. Instagram ha quindi introdotto questa funzione che può essere sia manuale (l’utente scrive lui la descrizione della foto) sia automatica per Feed, Ricerca e Profilo della app, basata sulla tecnologia di riconoscimento degli oggetti. (qui viene spiegato come fare).

DESCRIZIONE FOTO TWITTER E FACEBOOK- Anche il social di microblogging tradizionalmente più legato alla scrittura, coi suoi 280 caratteri di cinguettii si sta aprendo di più alle immagini. Anche per questo motivo, ormai già da un po’ Twitter ha introdotto la possibilità di inserire a mano una descrizione della foto che si condivide, così che la persona non vedente possa conoscerne il contenuto attraverso lo screenreader. Facebook invece ha da tempo adottato l’intelligenza artificiale per la descrizione automatica di immagini e foto, attraverso l’ausilio del VoiceOver. Anche in questo caso, la descrizione è “ a grandi linee”, segnalando all’utente che la foto può contenere “due persone”, “un’automobile”, ecc.per attivare questa funzione basta andare nelle impostazioni generalidi Facebook.

SOTTOTITOLI IN TEMPO REALE SU SKYPE. Ma non ci sono solo immagini: i sistemi di messaggistica istantanea si adeguano per rendere le conversazioni sempre più accessibili ai propri utenti. Lo ha fatto anche Skype, che ha appena annunciato il lancio dei sottotitoli in tempo reale nelle videochiamate, luna funzionalità che verrà gradualmente resa disponibile per tutti, disponibile su Skype nella versione 8 su Android (6.0+), tablet Android, iPhone, iPad, Linux, Mac, Windows e Skype per Windows 10 (versione 14).
Utile in questo caso alle persone sorde o con problemi di udito, questa funzionalità dovrebbe permettere di leggere in tempo reale ciò che la persona dall’altro capo dello smartphone sta dicendo, grazie a sottotitoli che scorreranno sotto. Al vaglio sembra anche una futura opzione di sottotitoli in una finestra laterale. L’opzione può essere attivata in maniera predefinita dalle Impostazioni o attivata per la singola telefonata, selezionando + durante la chiamata, e scegliendo “attiva sottotitoli”.

Indubbiamente passi avanti se ne sono fatti, altri ce ne
sono da fare, ma la fame ci è venuta proprio mangiando ed è per questo
che a volte ci riteniamo più digiuni di quanto sia in realtà.
In effetti le app dei social sono generalmente più
accessibili, e lo sapete il perchè? perchè vengono realizzate da aziende statunitensi. Lungi da me magnificare la politica degli Stati Uniti, dove se fai un incidente per strada prima ti chiedono che tipo di assicurazione hai e poi
chiamano l’ambulanza. Ogni posto ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma
gli Stati Uniti sull’accessibilità sia del mondo fisico che digitale,
sono mille passi avanti all’Europa e 5000 alla nostra Italia.
Se da 20 anni usiamo i computer con Windows, è perché negli USA la legge
sull’accessibilità impone allo Stato di acquistare solo prodotti che
possano essere utilizzati dai disabili. Microsoft che voleva riempire
gli uffici delle amministrazioni pubbliche americane di computer con
Windows ha dovuto lavorare di concerto con l’allora Henter Joyce, oggi
Freedom Scientific, perché Jaws, il lettore dello schermo con sintesi vocale, funzionasse a dovere.
Oggi possiamo usare un computer Mac e anche Windows, fin
dalla prima accensione perché i sistemi operativi li fanno in America.
Venti anni fa neanche desideravamo la banca accessibile, perchè neppure ce la immaginavamo. Oggi la desideriamo perché Facebook e Whatsapp ci dimostrano che se si vuole, si può fare. Ora sta a noi
lavorare perché migliori il quadro normativo, perché le aziende che
producono il software siano informate delle nostre necessità.
Vogliamo parlare poi dei giornalisti che scrivono di accessibilità per i disabili? Bene! parliamone. Mi piacerebbe sapere se hanno provato a navigare su instagram o anche il più accessibile facebook con una sintesi vocale a bordo di iphone o smartphone. A parte le descrizioni delle immagini, che da sole non bastano per considerare accessibile, fruibile una app o software. Il focus delle sintesi non resta sempre su ciò che si vorrebbe fare, alcuni menu non sono navigabili e neppure è agevole fare un post. Non parliamo, anzi si, di telegram totalmente, desolatamente silenzioso nonostante richieste e petizioni, e potrei continuare con alcune app di banche, servizi di trasporto e siti della pubblica amministrazione locale e nazionale.
C’è la tendenza a semplificare, a far passare una notizia ordinaria come un autentico scoop. Ma un giornalista non dovrebbe vagliare, analizzare, domandare, verificare?

CHI SONO GLI AUDIODESCRITTORI? INTERVISTA AD ALESSANDRA NOVELLI

Già ho trattato l’argomento audiodescrizione in un precedente articolo del blog, inserendo anche un video sul canale youtube per darne una breve dimostrazione, ma vorrei approfondire l’argomento.
Ho avuto la fortuna di incontrare Alessandra che si definisce appunto una audiodescrittrice:
D: cosa fa un audiodescrittore e quale è stato il percorso per diventarlo.
R: Caro Valter, intanto ti ringrazio per l’interesse e per il tuo impegno nel voler diffondere anche quest’aspetto dell’accessibilità su cui si sta cercando di lavorare molto. Da qualche tempo, appunto, mi occupo di audiodescrizioni. Tuttavia, ammetto che mi fa ancora specie definirmi “audiodescrittrice” perché ogni prodotto ti pone davanti a sfide nuove e in questo lavoro non si finisce mai di imparare. Volendo provare a riassumere in poche parole cosa fa un audiodescrittore, direi che si occupa di rendere accessibile dei contenuti alle persone cieche e ipovedenti. Ho parlato di “contenuti” in modo generico perché esistono diversi tipi di audiodescrizione: quella filmica, quella museale, quella teatrale… L’obiettivo primario di questa disciplina, di questa tecnica, è appunto quello di tradurre le immagini in parole. Come dice Joel Snyder, uno dei massimi esperti nel settore, “the visual is made verbal”. Io nello specifico per ora ho lavorato su alcuni prodotti televisivi seriali e su un lungometraggio. In ambito audiovisivo, l’audiodescrizione è una traccia vocale che si aggiunge al prodotto originale, che descrive la scena in atto inserendosi nelle pause tra i dialoghi e i rumori significativi. Mi trovo sempre un po’ in difficoltà quando devo provare a spiegare ad amici e conoscenti cosa sia l’audiodescrizione, perché lo stupore è sempre dietro l’angolo! Si fa un po’ fatica a pensare in primis che i ciechi e gli ipo possano essere interessati a un’esperienza così visiva, come potrebbe essere la visione di un film, e una volta superato quell’ostacolo mi trovo spesso a spiegare anche le dinamiche interne del mio lavoro. La domanda che sorge spontanea di solito è “Ah, ma quindi tu registri la voce…?”. Ecco, no. Rendere accessibile un film è frutto di un lavoro sinergico e complesso, realizzato da diverse professionalità. Io, nel mio piccolo, mi occupo della stesura dell’audiodescrizione ovvero della scrittura del testo, composto da diverse “stringhe” (segmenti) di audiodescrizione associate a specifici time code. Le stringhe redatte da me o dai miei colleghi vengono poi registrate da speaker professionisti che danno appunto voce alle nostre parole.
Il profilo professionale come il percorso formativo dell’audiodescrittore è ancora oggetto di studio e definizione. Ci sono appunto diverse ricerche in atto in Italia e in Europa che mirano a definire questa professione, quali siano i requisiti e quale la formazione. Io arrivo da un percorso di studi di stampo linguistico: mi sono laureata in Scienze della Mediazione Linguistica a Torino e successivamente ho conseguito il diploma di Master in Traduzione per il Cinema, la Televisione e l’Editoria Multimediale. Essendo l’audiodescrizione uno dei tipi di traduzione audiovisiva nel contesto dell’accessibilità (insieme, tra gli altri, alla sottotitolazione per sordi), ho avuto la fortuna di studiare audiodescrizione durante il master, con docenti e professionisti del settore. Tuttavia, il primo contatto (e anche la prima occasione di formazione) è avvenuto durante un corso formativo di accessibilità ai prodotti audiovisivi svoltosi a Torino. Mi ero iscritta inizialmente soprattutto per la parte dedicata alla sottotitolazione per sordi (oggetto della mia tesi triennale) ma, studiando audiodescrizione, ammetto di aver veramente scoperto un mondo. Successivamente ho voluto approfondire lo studio della materia nella mia tesi di master e ho poi partecipato a un corso di resa accessibile in ambito teatrale a Milano. Il valore aggiunto di queste due esperienze formative è stato senza dubbio il tirocinio: abbiamo avuto la fortuna di lavorare rispettivamente a un film e a uno spettacolo teatrale e, assistere alla resa accessibile e alla visione in sala, insieme a sordi, ciechi e ipovedenti è stato qualcosa di davvero emozionante.

D: Cosa si cura in una audiodescrizione, sia da un punto di vista tecnico che concettuale! In pratica, cosa andrebbe sottolineato in una audiodescrizione perché sia efficace per un non vedente che a questa si affida.
R: Questa è un’ottima domanda! Nonostante in Italia non esistano ancora delle linee guida ufficiali condivise dalle diverse realtà che si occupano di AD, gli studi e le buone prassi a livello europeo e mondiale insegnano che la traccia descrittiva deve, appunto, descrivere le immagini al fine di rendere a parole la stessa sequenza vista da uno spettatore vedente. Purtroppo e ovviamente le immagini non si possono descrivere nella loro totalità e quindi è necessario priorizzare i vari elementi visivi, scegliendo e descrivendo quelli che veicolano meglio il significato del film. Il principio chiave è di quello di tradurre in parole ciò che si vede e con lo stesso ritmo con cui lo spettatore vedente recepisce e comprende un’informazione. Se, ad esempio, nella prima scena di un film vi è un personaggio vestito con dei jeans e una maglietta rossa e non parla, nella scena successiva che lo vedrà protagonista dovrò sfruttare un elemento utilizzato nella prima descrizione per fornire al cieco/all’ipo la possibilità di riconoscerlo al pari di un vedente, in mancanza dell’aiuto della voce stessa del personaggio, dicendo: “Sopraggiunge l’uomo con la maglietta rossa.” Questo è un piccolo esempio ma calza a pennello per far capire la parità di ritmo e di comprensione che lo spettatore vedente e non vedente devono avere.
Una cosa che mi aveva stupito, all’inizio, era l’utilizzo dei colori e di alcuni dettagli molto specifici che ci venivano richiesti nei primi esercizi, come l’età. Si sconsiglia infatti di utilizzare i termini vaghi, anche e soprattutto per l’età (come “un uomo giovane, un uomo di mezza età”), privilegiando invece l’utilizzo di termini precisi e di un linguaggio ricco, vivido e suggestivo. I colori invece, oltre all’importante significato narrativo, caratterizzante e registico che possono avere in un film, sono importanti sia per gli spettatori con un residuo visivo sia per chi ha avuto esperienza dei colori in precedenza e che potrebbe averli ben impressi nella memoria. Dal punto di vista temporale, l’audiodescrizione viene resa utilizzando verbi al tempo presente proprio per trasferire al meglio la simultaneità dell’azione. Si inserisce nelle pause tra i dialoghi e i rumori significativi che non vanno coperti ma anzi, “ancorati” alle parole quando necessario. Ovviamente, facendo ciò, si deve cercare di avere rispetto dei silenzi e del ritmo voluto dal regista: inserirsi tra le pause non vuol dire riempire e sovraffollare. Una lunga scena di silenzio potrà essere intervallata da brevi stringhe descrittive che guideranno lo spettatore nella comprensione della scena, dando però lo stesso respiro voluto dal regista. Inoltre, sullo stile dell’audiodescrizione si discute ancora molto: ci sono scuole di pensiero (e di fruitori finali) che apprezzano di più uno stile soggettivo e personale, quasi narrativo, altre che prediligono uno stile oggettivo e descrittivo. Personalmente, e per come si sta evolvendo l’AD, ho fatto mio l’approccio descrittivo con l’attenzione, però, al dettaglio e al linguaggio che, come detto prima, deve poter veicolare a parole tutte le sfumature dell’immagine che scorre davanti ai miei occhi. Rispetto delle scelte di regia e rispetto del fruitore finale.

D: Cosa si audiodescrive oltre ad un film?
R: Come ti anticipavo prima, non esiste solo l’audiodescrizione filmica ma gli ambiti di applicazione sono davvero molteplici e, aggiungo, sorprendenti. Ad esempio, si possono audiodescrivere gli spettacoli teatrali, il balletto, l’opera, il circo. Ma anche gli eventi sportivi, i convegni. Per non parlare dell’importantissimo contesto museale ed espositivo in generale: musei, gallerie, parchi, siti archeologici. Ogni tipo di audiodescrizione ha quindi, ovviamente, delle specifiche tecniche e di linguaggio proprie dell’ambito di applicazione. Tuttavia, l’obiettivo di inclusione e di accessibilità rimane il filo conduttore e il motore comune.
D: Puoi parlarci della tua esperienza umana: perché ti appassiona l’audiodescrizione, hai avuto modo di percepire che è stata realmente utile?
R: In questi anni ho avuto la fortuna di poter affiancare allo studio e alla teoria diverse esperienze concrete. Molte persone si affacciano al mondo delle disabilità per contatti personali, per amicizie, per necessità. Io credo di aver fatto il percorso inverso. L’interesse e la curiosità mi hanno portato a conoscere prima il mondo della sordità (grazie allo studio della Lingua dei Segni Italiana) e poi dei ciechi e degli ipovedenti. Entrando a passi cauti e leggeri ho poi avuto la fortuna di incontrare e conoscere persone meravigliose, che ora posso chiamare amiche e che spesso sono la mia cartina tornasole per una resa accessibile efficace. Nel mio lavoro attuale, posso dire di lavorare praticamente in coppia con una collega e amica ipovedente. In questo ambito avere un feedback da qualcuno che potenzialmente è il fruitore finale è fondamentale. La fortuna maggiore è che nel mio caso si tratta anche di qualcuno che opera nel settore. La scorrevolezza, la chiarezza dei contenuti e del linguaggio, la forza delle immagini sono tutti aspetti su cui ci confrontiamo molto e dopo ogni dialogo e revisione mi sento arricchita. Nell’ambito, invece, delle mie esperienze formative precedenti, ho avuto occasione di partecipare a due momenti che considero come punti focali del mio percorso a livello umano.
Il primo è stato un momento formativo presso l’APRI di Torino in cui abbiamo lavorato sull’accompagnamento in sala di ciechi e ipovedenti. È stata una piccola rivoluzione. Sapere come accompagnare una persona, rispettando spazi, autonomia e intimità, ha infranto per fortuna tutta una serie di preconcetti che la quotidianità ti porta ad avere. Una delle frasi che più mi ha colpito è stata: “Non siamo pacchi ma persone quindi chiedeteci se abbiamo bisogno di una mano e, se accettiamo, diteci dove ci state accompagnando così da renderci consapevoli degli spazi e autonomi nel momento in cui ci lascerete.” A Milano, invece, durante lo spettacolo reso accessibile da noi corsisti, ho potuto accompagnare uno spettatore cieco durante la visita tattile che ha preceduto lo spettacolo e, successivamente, anche in sala. Nell’intervallo sono andata a salutarlo e sono stata travolta da domande, curiosità e complimenti per il lavoro sullo spettacolo. Con il suo auricolare aveva potuto seguire tutta la narrazione, complessa e densa di colpi di scena (si trattava di una rappresentazione dell’Otello), ed era impaziente che ricominciasse il secondo tempo. A fine spettacolo mi ha salutato, mi ha stretto la mano con vigore e mi ha chiesto: “Quand’è il prossimo?”. Credo che questa frase, più di tutto, risponda alla tua domanda.
D: Immagino che ci sia ancora molta strada da fare, che non sempre viene compresa la reale portata e che quindi sia ancora carente la sensibilità per questa possibilità. Cosa si potrebbe fare per promuovere le audiodescrizioni?
R: Devo ammettere che la situazione in Italia è decisamente deludente rispetto a quella di alcuni stati anche vicini ma molto si sta facendo in questo momento e molto si farà ancora! L’audiodescrizione è uno strumento di inclusione per la persona cieca e ipovedente, permette di accedere a informazioni e cultura al pari livello di chi ci vede quindi non si tratta di una velleità artistica o traduttiva ma di diritto, appunto, all’informazione e alla cultura. Di sicuro il lavoro più importante che si sta facendo è quello di provare a sensibilizzare le istituzioni, al fine di regolamentare e di far rispettare le norme già esistenti in materia. A livello più popolare o locale, credo che ci sia bisogno di uscire dagli enti e dalle associazioni e fare sì che gli operatori della cultura sposino la causa e siano loro stessi promotori di inclusività. Il mio sogno sarebbe riunire nella stessa stanza e nella stessa occasione chi si occupa di cultura (musei, operatori di cinema, teatro, compagnie stesse) e chi ne fruirebbe, per mostrare a tutti le potenzialità e i benefici, anche economici, di una cultura accessibile a tutti. Se io, cieco o ipovedente e appassionato di cinema, mi sento anche invitato e benvoluto in sala al pari di tutti gli altri spettatori, il mio desiderio di uscire di casa e partecipare a un’esperienza collettiva e culturale della città credo potrebbe aumentare di molto. Ovviamente, anche altri elementi della catena dell’accessibilità devono funzionare: dalla formazione del personale all’accessibilità del sito web del cinema in cui un cieco o un ipo può trovare informazioni sugli orari delle proiezioni (vedi dimensione testo, contrasto, ecc.). Chiudo con un pensiero prendendo l’esempio dell’app di MovieReading che tu stesso hai promosso nel tuo video. L’app permette di accedere e ascoltare, gratuitamente, le audiodescrizioni di alcuni film in uscita dal giorno stesso della diffusione nei cinema. Se io, gestore del cinema, sono informato e aggiornato, posso essere il primo a promuovere l’utilizzo dell’app dicendo che il tal film, accessibile, viene proiettato nel mio cinema in questi giorni e in questi orari. Non è questo l’obiettivo degli spazi culturali? Raggiungere le persone?

autonomia e tecnologia: un binomio inficiato da pregiudizi.

AUTONOMIA E TECNOLOGIA.

Vorrei trattare, per restringere il campo, di autonomia in relazione alle disabilità e al rapporto ormai assodato che esiste con la tecnologia. Facciamo però alcuni distinguo:
A – l’autonomia è auspicabile per tutti ma, è un traguardo che implica costanza e un dispendio in competenze ed energie e soprattutto, la si deve voler conseguire fortemente;
B – è un concetto ampio e ciascuno può raggiungere l’autonomia in un campo e non in altri, così: se posso essere indipendente in informatica, potrei non riuscire ad esserlo in mobilità o in cucinab
C – L’autonomia reale è impossibile per chiunque e, a magior ragione, è un miraggio per un portatore di handicap. Noi esseri umani, in quanto animali sociali, siamo sostanzialmente interdipendenti gli uni dagli altri: io potrei installare un sistema operativo su un pc ma, avrò bisogno di un meccanico per farmi riparare l’auto, che poi io in quanto non vedente, non potrei neppure guidare.
Ciò premesso, cominciamo a sgombrare il campo da qualche pregiudizio sull’argomento. è opinione piuttosto diffusa che la tecoologia rende autonomi e troppo spesso, ogni innovazione tecnologica è accolta con aspettative troppo alte: oserei dire miracolistiche.Sarebbe divertente elencare qualche articolo giornalistico dal titolo roboante del tipo: (inventata la nuova retina artificiale che donerà la vista ai ciechi), oppure, (con le nuove auto con guida automatizzata, anche i ciechi potranno utilizzarla) e potrei continuare con telecamere che leggono, riconoscono e via di seguito. ANzitutto una considerazione già esposta in articoli precedenti: la tecnologia, proprio perchè utilizza un apparato, rende dipendenti dall’apparato stesso. Io sto scrivendo ad esempio, con un display Braille che funziona alimentato o a batteria che, se fosse scarica, non mi consentirebbe di scrivere o leggere, ma di esempi ne potrei fare moltissimi altri: non potremmo viaggiare se il serbatoio dell’auto fosse vuoto eccetera. Allora è più corretto affermare che la tecnologia è un grande aiuto, e risolve gradualmente innumerevoli difficolt[. Rende possibili operazioni impensabili solo qualche anno fa, concede enormi opportunità. Però non risolve radicalmente la nostra “gognata autonomia, e a volte, bisogna volerlo risolvere. E poi, a parte le difficoltà psicologiche, i limitidi ciascuno di noi, la scarsa informazione, esiste, la grande difficoltà di comprendere la reale portata di certe tecnologie, la grande fatica per acquisire le competenze necessarie. Tutti ostacoli reali d non sottovalutare: insomma la lotta è ardua ma una grande motivazione, la soddisfazione di godere il frutto dei piccoli risultati conseguiti quatidianamente, ci rendono più forti e desiderosi di poocedere oltre.

IL TEATRO ON AIR “ACCESSIBILE” CHE SI AFFIDA SOLO ALLA PAROLA.

Da ” Redattore Sociale del 02-01-2019″.

Nessuna scenografia, nessun costume, un cartellone compostointeramente da spettacoli di lettura: è Teatro on air, il teatro pensato per chi, di solito, a teatro non riesce ad andare. Il pubblico potrà essere presente in sala o seguire gli spettacoli tramite la web radio dell’Istituto dei Ciechi di Bologna.

MASSA MARITTIMA. Portare il teatro alle persone che hanno difficoltà a raggiungerlo: persone cieche, con disabilità, malate e anziane. Un’intera stagione teatrale accessibile che rinuncia alla scenografia, ai costumi, alle azioni e si affida solo alla parola. Si chiama Teatro on air e il suo cartellone è composto interamente da spettacoli di lettura. Tutti gli appuntamenti andranno in scena all’ex Convento delle Clarisse di Massa Marittima: il pubblico potrà essere presente in sala, ma potrà seguire gli spettacoli anche online in diretta, gratuitamente, tramite la web radio dell’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza.

Teatro on air prenderà il via il 9 febbraio per concludersi il 4 maggio. Parte del cartellone è in via di definizione, ma alcune date sono già state confermate. Il giorno del debutto Giuseppe Cederna porterà in scena “Odisseo il migrante”; il 9 marzo Paolo Sassanelli reciterà il “Grande inquisitore di Dostoevskij”; Ivano Marescotti il 30 marzo sarà sul palco con “L’uomo nell’astuccio di Cechov”; il 4 maggio, la serata conclusiva, sarà la volta di “Parole note live”, con Giancarlo Cattaneo e Maurizio Rossato di Radio Capital.
“Sono tutti spettacoli di qualità, scelti e concordati con gli interpreti per poter essere fruiti in questo modo – spiega Massimiliano Gracili dell’associazione grossetana Liber Pater, direttore artistico di Teatro on air –. La fruizione dal vivo sarà identica a quella per radio: vogliamo contribuire allo sviluppo culturale di un territorio e compiere un atto di generosità a favore della collettività, dei giovani e delle persone meno fortunate. Non è stato un percorso semplice, abbiamo incontrato tanti problemi: la Siae, per esempio, non prevedeva norme per regolare iniziative di questo tipo”.

È possibile sostenere il progetto partecipando alla campagna di crowdfunding lanciata per l’occasione: “Mi chiamo Sonia e ho 53 anni – si legge nella presentazione –. Sono cieca, amo il teatro e le storie. Mi piacciono talmente tanto che, nonostante la mia cecità, faccio parte di una compagnia di teatro amatoriale”. Sonia è Sonia Lenzi, membro da anni di Liber Pater. “Andare a teatro, raggiungerlo fisicamente, per quelli come me è molto difficile, spesso impossibile, e quando riesco ad andarci ho bisogno di qualcuno che mi descriva e spieghi ciò che sta avvenendo. L’accesso alla cultura per moltissime persone non è affatto facile: così abbiamo deciso di provare a realizzare una stagione teatrale che colmasse almeno in parte la disuguaglianza che c’è tra chi può muoversi autonomamente e chi non può”. Liber Pater da anni propone letture ad alta voce, lo scorso aprile ha realizzato Parole e voci, festival di lettura scenica: “Collaborare con una persona cie ca, imparare a conoscerne le necessità, è stato fondamentale per convincerci a lavorare in questa direzione. Il suo apporto è stato innegabilmente importante”.

Il progetto, realizzato da Liber Pater con la cooperativa Arcobaleno e il sostegno del Comune di Massa Marittima, è frutto della collaborazione tra Unione italiana ciechi e ipovedenti, Lega italiana lotta alla distrofia muscolare, Anmil e Favo, la Federazione Italiana delle associazioni di volontariato in oncologia. (Ambra Notari)



A RICORDO DI UN BEL MOMENTO CULTURALE, SUL BUIO E LA LUCe.

Lo scorso 27 dicembre, praticamente lo scorso anno, ho partecipato ad un momento di festa organizzato dall’associazione Colibrì. Si è trattato di un momento di scambio di frammenti di letture che ciascuno ha proposto sul tema del buio e della luce: seguito da un ottimo rinfresco. Ho avuto modo di leggere, nella circostanza, un minuscolo frammento tratto da un libro di uno scrittore non vedente che conosco. L’autore Roberto Turolla in questo libro “I racconti del buio”, ambienta i suoi racconti al buio appunto, dove i colori, con hanno una valenza così determinante come il resto della letteratura. Mi piace lasciare in questa circostanza alcune parole della sua postfazione.

“Gran parte delle persone vedenti forse non ha mai nemmeno immaginato che cosa voglia dire per un non vedente scrivere narrativa. Eppure credo sia davvero importante che se ne parli, affinché le disabilità escano dal recinto delle forme difettose e vengano invece percepite e trasformate in abilità precise, regolate da tecniche proprie. In questo modo i normodotati possono superare un’involontaria o pigra modalità pietistica di rapporto col disabile ed entrare in una piena e completa parità, seppure su territori diversi.
In sostanza è soltanto la conoscenza profonda del mondo dell’altro che cancella, azzera e annulla le distanze, perché se il vedente entra in profondità in relazione con il mio meccanismo compositivo e per così dire osserva la mia mente che si muove alla ricerca di parole che non posso marcare con l’etichetta visiva capirà che, semplicemente, funziono in un modo diverso dal suo, che sono una persona con caratteristiche proprie, anche se diverse dalle sue. In questo modo sparirà ogni forma di pietismo. Molte persone rispetto alla disabilità adottano comportamenti pietistici in buona fede, soltanto perché non hanno strumenti per comprendere che vi sono abilità altre dalle proprie, quindi non sanno come intercettare quel problema che il disabile segnala. Se invece le persone vengono messe al corrente del meccanismo, del motore operativo di un disabile si rendono conto che è semplicemente un altro motore, non che manca il motore”.

TEST DI ORCAM MYEYE: TELECAMERA PER LEGGERE TESTI, RICONOSCERE VOLTI ED ALTRO.

Pubblico con piacere un test completo su ORCAM MYEYE: un apparato da inserire sugli occhiali per riconoscere testi, banconote, volti delle persone ed altro.

di Nunziante Esposito: coordinatore della commissione nazionale ausili e tecnologie della Unione Italiana dei Ciechi e Ipovedenti.

test pratico di utilizzo. Agosto – Ottobre 2018.

Durante i tre mesi di utilizzo pratico in oggetto ho avuto la possibilità di utilizzare questo dispositivo che consente di leggere, riconoscere volti e oggetti attraverso una telecamera, provandolo praticamente in tutte le condizioni che si può utilizzare e per tutte le cose che faccio tutti i giorni.

<Anche se questo dispositivo è molto piùutile ad un Ipovedente, ho avuto modo di apprezzarlo anche da cieco assoluto.Infatti, questo ausilio, che in precedenza era composto da due componenti, una unità centrale di una grandezza poco più grande di un pacchetto di sigarette collegata con un cavetto ad un supporto sul quale erano montati una telecamera ed un altoparlante in miniatura, ora si compone del solo supporto che oltre a contenere come prima una telecamera ed un altoparlante in miniatura, al suo interno contiene anche tutta l’elettronica di gestione miniaturizzata.

Il piccolo supporto di una decina di centimetri,costituisce praticamente tutto l’ausilio e viene agganciato alla stecca di un paio di occhiali comuni tramite un supporto magnetico.

Praticamente, all’ausilio è fissato un piccolo magnete con il polo positivo, mentre alla stecca degli occhiali, a destra o a sinistra e a propria scelta, viene fissato un altro magnete con polo negativo.

Per tutte le indicazioni di montaggio e di utilizzo, fare riferimento alla guida in italiano molto accurata che viene fornita assieme a questo ausilio.

L’aggancio dell’ausilio agli occhiali è di una semplicità unica, proprio perché, non appena si avvicina l’ausilio alla stecca degli occhiali, si posiziona immediatamente e correttamente, proprio per l’attrazione generata dai due magneti di polarità opposta.

OrCam MyEye dalla parte piatta lato stecca degli occhiali, dove è presente il magnete di aggancio, presenta un piccolo pulsante che consente di accendere o mettere in pausa l’ausilio, ed un led di segnalazione.

Dal lato opposto, abbiamo un piccolo schermo touch con il quale si possono dare i comandi per le varie funzioni.

L’ausilio, tramite il suo laccetto,  può essere portato comodamente al collo, e, all’occorrenza,lo si aggancia al suo supporto sugli occhiali per utilizzarlo.

Il dispositivo ha un caricatore della batteria interna con una presa micro USB che è posizionata lato altoparlante, lato oppostoalla telecamera. La presa micro USB è delicata e si deve fare attenzione quando si mette il dispositivo sotto carica. Inoltre, nelle spiegazioni è raccomandato,per caricare la batteria, di utilizzare solo il caricatore originale.

La batteria, ovviamente,  ha una durata che dipende molto dall’uso che se ne fa del dispositivo. Per me è stata sufficiente durante i test eseguiti,ma mi metto anche nei panni di chi, magari Ipovedente, la deve usare tutta lagiornata e non so se riesce ad avere l’ausilio efficiente per il tempo che gli necessita.

Forse si potrebbe usare anche una batteria supplementare. Insomma, se il caricatore fosse composto dal trasformatore e da  un cavetto micro USB per ricaricare la batteria interna, al momento che si scarica la batteria e si è in mobilità, si potrebbe collegare il cavetto ad una Power Bank di quelle che già usiamo per gli smartphone.Poiché viene raccomandato di usare solo il caricatore originale,  mi induce a pensare che non è possibile una tale soluzione. Spero che gli ingegneri sviluppatori consentiranno in futuroquesta possibilità.

Una volta acceso il dispositivo, è necessario attendereun po’ di tempo per avere la reale disponibilità dell’ausilio. Infatti, una volta che il dispositivo è pronto all’uso, la sintesi vocale ce ne da informazione e lo si può fissare agli occhiali, pronto per poter essere usato.

Se non lo si usa per tre minuti, il dispositivo si mette in pausa automaticamente, per risparmiare la batteria, ma se lo stacchiamo dagli occhiali per tenerlo appeso al collo, quando viene staccato dal supporto magnetico si fa in fretta a premere il pulsante permetterlo in sospensione. Se il dispositivo rimane in sospensione per tre ore,si spegne in automatico. Per ripristinarlo dalla sospensione, occorre poco più di due secondi, quindi, si può dire che il ripristino è immediato.

Da tener presente che per ogni azione che si esegue, riceviamo in voce dei messaggi esplicativi che ci mettono in condizione di sapere sempre quello che stiamo facendo.

Or Cam prevede di utilizzare le seguenti funzioni:

– Riconoscimento testo. (OCR).

– Riconoscimento volti, previo addestramento.

– Riconoscimento oggetti, previo addestramento.

– Riconoscimento banconote in Euro.

– Riconoscimento altre banconote, previo addestramento.

– Lettura data ed ora.

– Riconoscimento colori.

– Riconoscimento codici a barre, ma è supportato solo per certi prodotti in Paesi specifici.

Vediamo l’utilizzo della funzione letturatesti.

Quando la luce è sufficiente, la lettura, sia se si indica con un dito il testo da leggere e poi si toglie il dito dal campo di inquadratura della telecamera, sia se si guarda verso il testo e si tocca lo schermo touch per fare una foto, quasi immediatamente il dispositivo ci ritorna in voce il testo riconosciuto con molta precisione.

Al di la di tutte le volte che l’ho provato,leggendo il menu al ristorante, i manifesti attaccati ai muri che mi facevo indicare, biglietti o brochure che spesso ti consegnano al volo i ragazzi che fanno volantinaggio, qualche targa di qualche ufficio, eccetera, proprio per poterne provare tutte le peculiarità anche per questa versione, devo dire che questo dispositivo, nonostante la miniaturizzazione,  ha mantenuto una precisione di riconoscimento e di lettura impressionanti, peculiarità già apprezzata con la versione precedente.

La funzione che ho apprezzato di più mentre si legge una pagina di testo riconosciuta, aggiunta in questa nuova versione,  è quella di poter scorrere il testo sia avanti, sia indietro. Infatti, scorrendo un dito sullo schermo touch dalla telecamera all’altoparlante, , si salta al testo precedente. scorrendo il dito in senso opposto, si salta in avanti nel testo che si sta leggendo. Praticamente si può navigare il testo riconosciuto.

Il doppio tocco sullo schermo touch permettere in pausa la lettura e per riavviarla, è un comando che mancava nella versione precedente e che è molto importante. Praticamente, consente di fermare la lettura se si hanno problemi di ascolto per poterla riprendere senza dover riconoscere di nuovo il testo.

Anche il gesto per interrompere la lettura è molto pratico, perché è molto semplice alzare una mano davanti alla telecamera mostrando ad essa il dorso con le dita in alto, come se si indicasse ad una persona di fermarsi.

Anche la lettura automatica implementata inquesta versione dell’ausilio è importante per chi deve leggere continuamente del testo. Infatti, se si attiva questa funzione da menu, ci basta guardare verso un testo per qualche secondo e ci verrà letto in automatico.Personalmente, questa modalità di lettura non la preferisco, perché è molto semplice leggere indicando il testo con un dito o toccando lo schermo touch per fare una foto al testo da riconoscere.

Gli altri gesti per avere delle risposte,invece,  sono stati implementati in modo naturale con dei movimenti delle mani che, per una persona che ha visto o per un ipovedente sono quelli di uso comune, mentre per un cieco assoluto è molto semplice apprenderli. Vediamo quali sono:

Sono importanti e utili, nonché semplici,  i gesti per farsi dire l’ora e la data, ottenuti mostrando il dorso della mano con il pugno chiuso alla telecamera come se volessimo leggere l’ora sull’orologio al polso. Se si fa il gesto per qualche secondo, ci viene letta l’ora, se si protrae per qualche secondo in più, ci viene detta anche la data.

Con la stessa azione di indicare con un dito quello che si ha necessità di farsi riconoscere, si possono indicare le banconote in Euro e gli oggetti riconosciuti per farseli dire in voce. Quindi,con un’azione semplicissima si fa in fretta ad avere le indicazioni che servono.

La funzionalità per il riconoscimento volti.

Questa funzionalità è stata migliorata sotto tutti i punti di vista. Infatti, si può facilmente riconoscere un volto anche da cieco assoluto. Se si sta parlando  con una persona, guidati dalla sua voce si può facilmente inquadrare il suo volto guardando nella direzione della sua voce e,  tenendo un dito appoggiato e fermo sullo schermo touch del dispositivo, vengono effettuate una serie di foto. Mentre la persona parla, ho provato a spostarmi un poco a destra e un poco a sinistra,sempre fissando la persona che parlava, e dopo i 30 secondi che servono a memorizzare un volto, sono riuscito a memorizzarlo senza problemi e senza dover chiedere alla persona di spostare la testa a destra e a sinistra.

La funzione di salvataggio di un volto riconosciuto è stata migliorata. Il procedimento di memorizzazione ora è molto più semplice, così come anche l’indicazione di un volto dopo averlo riconosciuto in precedenza.

Riconoscimento oggetti.

Per tutti gli oggetti e gli alimenti, per quelli disponibili nel database e per certi paesi, viene riconosciuto direttamente il codice a barre, operazione che per un cieco assoluto è difficile da eseguire.

Però, il riconoscimento degli oggetti è statoanch’esso semplificato. Infatti, basta avere in mano l’oggetto, guardare verso di esso e su un lato, toccare lo schermo touch per alcuni secondi e fino al segnale acustico e si avvia il riconoscimento. Successivamente e guidati dai segnali e dai messaggi, procedere con il riconoscimento che si effettua come anche con la precedente versione di OrCam.

Per ogni lato dell’oggetto,  si indica con un dito e poi, togliendo il dito dal campo visivo della telecamera, il dispositivo scatta delle foto.

Alla fine basta confermare con il nome dell’oggetto.

Per gli oggetti che si vogliono riconoscere,la funzionalità è stata semplificata moltissimo. Infatti, la si effettua  poggiando un dito sullo schermo touch ed inquadrando l’oggetto che si ha in mano per alcuni secondi, fino ad ottenere il segnale acustico di avvio riconoscimento. Con questa versione di OrCam, avendo previstoil riconoscimento su 4 lati, si ottiene un risultato molto più accurato, con la certezza che difficilmente viene commesso un errore quando si inquadra l’oggetto per riconoscerlo.

E’ molto importante leggere attentamente ilmanuale prima di usare questo ausilio, come si dovrebbe fare per qualsiasi device che si acquista, ma consiglio di iniziare poco per volta ed imparando una funzione alla volta, passando alla successiva solo dopo che la si è appresa in maniera completa. Non è difficile, perché il manuale è stato scritto in maniera molto meticolosa, con una chiarezza da spiazzare chiunque  e per qualsiasi funzionalità di questo ausilio.

Avendo usato questo ausilio in casa ed in mobilità, l’ho apprezzato in tantissime situazioni, anche se in certi casi è stato necessario farmi indicare la posizione di quello che desideravo leggere.

Al di la del riconoscimento testo su carta,nelle varie occasioni e soprattutto per i menu al ristorante, la funzionalità che mi ha strabiliato di più è la possibilità di leggere il testo sullo schermo del computer. Infatti, restando spesso da solo a casa, quando si blocca lo screen-reader, disavventura che ti mette in crisi profonda e fino ad aspettare un occhio in prestito, se non si vuole riavviare forzatamente la macchina, con questo ausilio ho potuto leggere cosa c’era a schermo e, comprendendo quello che era accaduto,  ho potuto ripristinare la funzionalità dello screen-reader da solo.

Avendo avuto la fortuna ed il piacere di poter testare entrambe le versioni di OrCam, devo dire che mi ha fatto molto piacereconstatare che, con le ridotte dimensioni di questo ausilio, è molto comodo utilizzarlo anche in mobilità. Ricordo che la mia prima osservazione che feci al dott.  LEON PAULL quando mi fece provare la versioneprecedente nella sede UICI a Roma, fu quella del computer da allacciare alla cinta ed il cavo di collegamento tra computer e supporto telecamera.

Al di la delle migliorie di grandezza e deicomandi implementati che rendono l’ausilio molto pratico da utilizzare anche in mobilità, ho da fare delle osservazioni che spero saranno ascoltate ed implementate per la prossima versione di questo importante ausilio per la nostra autonomia personale.

L’utilizzo di questo ausilio, per persone poco pratiche di tecnologie, non è semplice per le impostazioni e per l’aggiornamento.Anche se sono cose che non si eseguono spesso, sarebbe meglio se fossero alla portata di tutti, anche per chi non utilizza correntemente le nuove tecnologie.Ecco le osservazioni.

Per un disabile visivo è molto difficoltoso collegare il dispositivo alla rete Wi-Fi con la modalità prevista. Con imoderni router che consentono di collegare alla rete i dispositivi con la pressione di un pulsante apposito sull’involucro del router, spero si possa agevolare questa connessione facendola avvenire automaticamente e senza riconoscere un QRCode che è molto difficoltoso intercettare. Avendo la possibilità di usare comandi con il pulsante fisico abbinato allo schermo touch, non è difficile creare dei comandi appositi per far avvenire una connessione al router e al sito per gli aggiornamenti.

Anche l’apertura del menu per le impostazioniè difficoltoso nella modalità attuale. Sarebbe molto meglio se si consentisse di aprirlo con un comando fisico, sempre creato tramite il pulsante e lo schermo touch.

Conclusioni.

Nonostante abbiamo tantissime app suglismartphone che ci eseguono le azioni di riconoscimento che questo ausilio unisce in un solo device, sicuramente siamo tutti frenati dal prezzo di vendita che costringe a pensarci qualche volta in più prima di fare l’acquisto. Però, aver avuto a disposizione questo ausilio per tre mesi, nonostante sono cieco assoluto, una tale esperienza mi induce a farci un pensiero per il futuro.

Spero che le indicazioni e le osservazioni  fornite in questa relazione, scritte cercandodi essere quanto più chiaro e preciso possibile, servono a tutti coloro che leggono per valutare meglio questo importante ausilio per i disabili visivi, migliorato tantissimo sia sotto l’aspetto fisico, sia nelle funzionalità aggiunte.

Per un ausilio così importante per gliIpovedenti e un po’ meno anche per i ciechi, normalmente dovrebbe essere supportato dallo stato attraverso il nomenclatore tariffario, totalmente o parzialmente,per dare la possibilità a tutti di poterlo utilizzare, proprio per l’autonomia che consente di avere. Come associazione, voglio sperare che si possa fare qualche azione importante per cercare di avere qualche agevolazione in tal senso.

Nunziante Esposito

Qui il link utile per saperne di più e vedere le immagine relative a orcam myeye. https://www.orcam.com/it/myeye2/

Coordinatore Commissione Nazionale Ausili e Tecnologie

TECNOLOGIA E DIDATTICA INCLUSIVA. ESSERE PADRONI DEL PROPRIO DESTINO. DI FRANCO LISI.

Pubblico un articolo interessante sulla tecnologia e la didattica inclusiva, con particolare riferimento ai non vedenti.

Il focus di questa riflessione è detto rapidamente: la tecnologia sta alladidattica come la tifloinformatica sta alla didattica inclusiva; questa è laproporzione che cercherò di indagare nel ragionamento che segue. Partiamo dalprimo estremo: la tecnologia.

Tecnologia e scuola.
Non ci siamo stancati di ripetere che questa società dell’informazione, della“tecno-lo-crazia”, porta con sé grandi, grandissime contraddizioni. Per buonasorte esistono sempre gli opposti: come il freddo trova il suo contrario nelcaldo, l’ingiusto è bilanciato dal giusto, al disonesto corrisponde l’onesto,così, tecnologicamente parlando, gli effetti dell’ecumenico diluvio di bitsmescolano e alternano aspetti di diverso segno: eccesso, esasperazione,frenesia, volatilità, spreco, impigrimento, dipendenza, discriminazione,esclusione; e ancora: abbondanza, precisione, efficacia, opportunità, qualità,utilità, condivisione, inclusione. Parole, e-mail, documenti, animazioni,comandi, popolano display di ogni tipo: schermi di computer, di palmari, dismartphone, di tablet, di barre Braille, invadono dalla mattina alla sera lenostre giornate, illudendoci di tessere nuove relazioni umane, mettendo spessodi fatto in discussione quelle poche che si danno per scontate di avere.
Il mondo della scuola, naturalmente, non è immune da questa pervasività e nerimane a sua volta largamente contaminato, tant’è che i più disparatidispositivi tecnologici costituiscono ormai l’estensione dei banchi di classe.
È solo di una ventina d’anni fa la dichiarazione di Bill Gates che nel 1994sentenziava: «Verrà un giorno, e non è molto lontano, in cui potremo concludereaffari, studiare, conoscere il mondo e le sue culture, assistere a importantispettacoli, stringere amicizie, visitare i negozi del quartiere e mostrarefotografie a parenti lontani, tutto senza muoverci dalla scrivania o dallapoltrona». E proseguiva: «Lasciando l’ufficio o l’aula scolastica, non cistaccheremo dalla rete in quanto il computer sarà più di un oggetto da portarecon noi o di uno strumento da acquistare: sarà il nostro passaporto per unanuova vita mediatica».
Anche al cospetto di questa moltitudine di condizionamenti, si misura quindiinevitabilmente l’integrazione sociale e l’inclusione scolastica dei ciechi.Sì, persino il modo di fare scuola fa slalom entro questo percorso obbligato,sbandando un po’ qua e un po’ là, tenendo talvolta a stento la corsia; perchénon è possibile neppure in tale àmbito prescindere da ciò che è tecnologico:ogni interazione è basata sulla varietà delle fonti, sulla trasmissione diimmagini/video mediante l’utilizzo di proiettori, enormi schermi ad altarisoluzione, sofisticate lavagne elettroniche; ne consegue che la comunicazioneverbale e paraverbale, ormai relegate rispettivamente al 7% e al 38%, perdonodi valore, diminuiscono di efficacia e di incisività. La trasmissione degliinsegnamenti avviene in prevalenza tramite elementi di comunicazione visiva cheoggi costituiscono il restante 55% nel panorama delle relazioni.

La didattica.
Ora andiamo sull’altro versante della nostra proporzione, l’altro estremo, doveil termine didattica sta a significare, nella sua accezione più stringata,basica ed elementare, la modalità di insegnamento, come faccio scuola, a qualemetodo ricorro, di quale strumentazione/mezzo mi servo per insegnare. Qui, ladidattica, l’insegnamento appunto, si appoggia sulla strumentazione tecnologicamoderna per guadagnare e onorare il proprio scopo, che sempre più, a sua volta,privilegia il canale visivo: slide, piattaforme di e-learning e documentimultimediali, per altro, in gran parte non accessibili.
Fin qui non incontriamo particolari problemi, perché la tecnologia è un mezzodi comunicazione generalmente di facile acquisizione e di agevole apprendimentoda parte del ragazzo che vede; essa infatti – implicando semmai strategie emetodologie differenti nel momento dell’erogazione degli insegnamenti – affidaagli operatori scolastici la responsabilità di ripensare i contenuti e dirimodulare i programmi. “Questioncelle”, comunque, che fanno leva sullapreparazione, sull’aggiornamento professionale, sulla passione, sul dovere delsingolo docente.
A tal proposito, gli esperti di “cose di scuola” ci dicono che «non è più tempodi lezioni frontali», che «il maestro-professore deve alzare il “sedere” dallacattedra, rimboccarsi le maniche, andare in mezzo alla classe». «Ilmaestro-professore – continuano – deve avviare un rapporto-relazione a contattofisico con i ragazzi, deve stimolare attività ed esercitazioni pratiche all’internodei gruppetti di lavoro precostituiti».
La riduzione delle distanze tra docente e classe e fra i compagni, ancorchéfavorisca il coinvolgimento nelle attività di gruppo, la socializzazione,l’intrecciarsi di aumentate relazioni nella collettività degli studenti,maschera il rischio reale che il ragazzo con disabilità continui a rimanereisolato, in quanto dotato di strumentazione specifica, esclusiva e,possibilmente, non escludente.

Esempi di “solitudine tecnologica”.
Alcuni esempi del passato ci aiutino ad allontanare lo spettro della“solitudine tecnologica”.
Il picchiettio monotono, costante, distraente della macchina per scrivereinduceva il docente di turno, attorno agli Anni Ottanta, a smorzarel’assordante frastuono, retrocedendo l’allievo cieco dapprima dalle filedavanti fino all’ultima, per poi girargli il banco verso il muro in fondo, perterminare infine la corsa fuori dall’aula, almeno per il tempo dei compiti inclasse.
Sempre in quegli anni è memoria uditiva di molti il ronzio dell’optacon checostituiva un vero e proprio tormentone per i compagni più indifferenti e per idocenti più insofferenti. Che cosa non si escogitava nei periodi successivi per“soffocare a morte” lo tsunami delle onde sonore delle stampanti Braille di cuierano dotate le nostre ingombranti postazioni informatiche! È indelebilel’umiliazione di chi è stato privato del monitor, perché «non ti serve, tantonon ci vedi» oppure di chi, in assenza dello screen reader per “indisponibilitàdi fondi”, ha dovuto cimentarsi sulla tastiera del computer scrivendo al buio,alla stregua di come si faceva con la macchina per scrivere tipo Olivetti dimolti anni prima. Versioni di sistemi operativi e applicativi obsoleti o nonaggiornati, installazioni e configurazioni di software e di ausili ditiflo-informatica approssimativi e non personalizzati, la voce roca delcompagno sintetizzatore, sono altri pochi esempi di come la presenza di un setdi strumentazione tecnologica non gestita, subìta o presa in carico con scarsaconsapevolezza, possano rappresentare e dar luogo ad una sorta di involuzionenel processo inclusivo. Dobbiamo evitare, cioè, di erigere attorno al ragazzoun muro, una barriera, che stronchi di fatto sul nascere ogni potenzialemodalità di relazione, disincentivando persino quella dialogica, unitàelementare e fondante della più autentica forma di integrazione sociale.

La tecnologia e l’inclusione scolastica.
L’inclusione scolastica delle persone con disabilità non può, in ogni caso,prescindere dall’apparato tecnologico, indispensabile per il compimento pienodella sua realizzazione e quando allora si accosta il termine inclusione alleparole didattica e tecnologia, è opportuno fare una brusca frenata per proporrequalche ulteriore spunto di riflessione.
Molte delle persone ipovedenti e non vedenti – 285 milioni nel mondo di cui 19milioni sotto i 15 anni – non hanno ancora ricevuto soluzioni efficaci daidispositivi tecnologici sviluppati finora. Mentre gli educatori sannogeneralmente individuare le tecniche più congeniali per far comprendere algruppo-classe ciò che stanno insegnando, le cose cambiano quando di controintroduciamo ausili specifici che aiutano a declinare e a veicolare gliinsegnamenti rispondenti alle necessità dei singoli.
Per l’insegnamento della scrittura ad esempio, se per l’uso della penna siapplicano strategie didattiche ormai consolidate, quando lo si fa mediante ilcodice Braille, occorre avvalersi del necessario apparato strumentale e di unadidattica specifica che deve essere in possesso del formatore perché questitrasferisca le tecnicalità in modo efficace e in tempi adeguati. Parimenti, lostesso dicasi relativamente al differente rapporto con la didattica che sievidenzia nell’introduzione della tecnologia: una cosa è l’insegnamento dell’usodel computer per tutti gli allievi, diverso è l’insegnamento del computerdotato di tecnologia assistiva.
Se operazioni quali la condivisione del materiale, l’autonomia nellamanipolazione di documenti, nella produzione di file, nella navigazione in internet,risultano essere attività di facile svolgimento per l’allievo che vede, per inostri ragazzi, come per il Braille, occorre sviluppare i prerequisiti e legiuste condizioni, per poi impostare un percorso d’insegnamento della materiache abbia ragionevole possibilità di soddisfazione per il docente e per ildiscente.
Prima di essere mezzo (uno strumento, un canale attraverso cui far transitare icontenuti), l’uso della tecnologia per chi non vede è un fine, un obiettivo daperseguire con determinazione, impegno e avvedutezza; quindi bisogna valutarla,accertarne il grado di accessibilità, analizzare il contesto, concordare escegliere le soluzioni tecnologiche più idonee alle caratteristiche delragazzo, adeguarla al fine delle esigenze scolastiche, acquisirla (comprarla),individuare tempi e luoghi per la proposta didattica, installarla,configurarla, insegnarla, mantenerla aggiornata: questo non è il gioco dell’oca(butto i dadi, c’è un finanziamento e qualcosa succederà), è tutto molto piùserio, giochiamo sulla pelle dei nostri ragazzi. Ciò richiede infatti non soloenergie, sforzi, passione e competenze specifiche negli operatori, ma anche unacompartecipazione consapevole, proattività da parte dell’allievo nell’interoprocesso; parliamo di insegnare una materia aggiuntiva: prima di esseretramite, un ponte, la tecnologia assistiva è uno scopo, un obiettivo dapianificare e da conseguire.

Tastiera e barra Braille.
Utilizzo di un computer tramite barra Braille
Indubbiamente, l’ultimo quarantennio è stato caratterizzato da una sete diinnovazione tecnologica che ha interessato anche il mondo della disabilità; nelnostro ragionamento, ogni cieco è stato, suo malgrado, bersagliato da corsilampo di alfabetizzazione informatica e in qualche modo destinatario di unapostazione tecnologicamente attrezzata; non importava perché, non importava conquale tecnologia o con quale applicativo e con quali risultati: erogareformazione, questo l’imperativo!
Ciò che è stato ed è oggi ancora di forte criticità – e al riguardo non sonostati fatti significativi passi avanti – è l’assenza pressoché totale della“tiflo-info-didattica”: per quale scopo insegnare? Cosa insegnare? Con qualeausilio insegnare? Come insegnare? In poche parole, dobbiamo scongiurare unaltro rischio, per altro verificatosi sin troppo spesso, quello cioè diistruire sommariamente l’allievo con disabilità visiva, senza renderlo inrealtà autonomo nell’uso quotidiano della strumentazione informatica,inducendolo a rinunciare al suo utilizzo. Occorre evitare di trasformare ilcomputer in un’automobile impossibile da guidare!

La tifloinformatica
Sebbene la tiflo-informatica, terzo termine preso in esame nella nostraproporzione, vanti una lunga esperienza e una corposa letteratura, chi havissuto l’evoluzione della tecnologia assistiva di questi anni, in qualità diistruttore o di utente, sa che nei corsi di informatica vengono proposte soloalcune delle numerose combinazioni hardware e software dell’intero riccopanorama disponibile.
Le trasformazioni sociali conseguenti alla pervasività tecnologica richiedonocompetenze digitali per lo più solo di prima alfabetizzazione per uncoinvolgimento attivo nel processo di cambiamento in atto. Prova ne è chel’accelerazione della diffusione della tecnologia in ogni àmbito della nostravita (nelle istituzioni scolastiche, nel mondo del lavoro, nei servizipubblici) è stata favorita dall’abbattimento dei costi e dalla semplificazionedell’interfaccia utente. Due elementi che, per un verso, hanno permessoindistintamente ad ogni cittadino di possedere un dispositivo tecnologico,dall’altro, hanno impedito di fatto a una significativa fascia di potenzialiutenti di fruirne direttamente e in modo proficuo. Infatti, disegnareinterfacce amichevoli di facile comprensione e di immediato dominio significa,quasi sempre, esaltare il senso della vista; significa, quasi sempre,progettare aprioristicamente solo per una determinata categoria diutilizzatori; significa, quasi sempre, creare a posteriori il fenomeno deldigital divide [“divario digitale”, N.d.R.]. Poter acquistare con relativafacilità qualsiasi oggetto a valenza tecnologica non equivale automaticamentead averne piena padronanza. Progettare strumentazione accessibile comporta, findal momento dell’ideazione, porre attenzione e analisi particolarirelativamente alle interazioni tra i fruitori e il dispositivo, alle modalitàdi attivazione e di controllo di ciascuna funzione, al livello di usabilità deidispositivi in ciascun loro aspetto. Più persone saranno messe nelle condizionidi “manipolare” e trarre un qualche beneficio dalle prestazioni del prodotto,maggiore sarà la sua divulgazione nel mercato globale e minore sarà il gap (odivario) tecnologico, vale a dire la distanza qualitativa e anche quantitativadi sviluppo tecnologico esistente fra Paesi, fra categorie di persone, frasettori di attività diversi.
Accatastare tuttavia materiale tifloinformatico sul banco di scuola in mancanzadi un progetto compiuto può risultare motivo di ansia, frustrazione e suscitaresenso di inadeguatezza nell’allievo con disabilità. A fin di bene, e in buonafede, si rincorrono tutti i contributi disponibili per accaparrarsi questo oquell’ausilio, senza che a monte sia stata effettuata una qualsiasi valutazionequalitativa circostanziata. La scelta degli ausili di tecnologia assistivadev’essere invece ricompresa nell’àmbito di un’analisi complessiva, che tengaconto della coerenza dell’usabilità della strumentazione individuata inrapporto al grado di accessibilità del sistema tecnologico integrato e alprogetto formativo da realizzare. Un display Braille, un OCR [riconoscitoreottico dei caratteri, N.d.R.], un software per la matematica nasconderanno unvero e proprio spreco di danari, se inseriti all’interno di un’infrastrutturatelematica sviluppata attorno a videoproiettori, filmati, slide eapparecchiature non accessibili! E l’inutilità sarà certamente conseguente, inassenza di competenze tiflo-tecniche e tiflo-tecnologiche capaci di integrare eadattare tecnologie differenti, ma anche di massimizzare e veicolare flussi diinformazioni per lo scopo prefissato. I risultati attesi, inerenti adun’effettiva inclusione e agli obiettivi formativi predeterminati, sarannoscarsi, deludenti ed erroneamente fatti ricadere sull’incolpevole studente condisabilità.
Quanto più vi sarà dunque convergenza fra i molteplici adiacenti frontiinteressati e coinvolti, tanto più si raggiungerà il maggiore grado diaccessibilità, ovvero:
a) l’oggettività delle regole dettate dalla normativa vigente dovrà essereconosciuta, condivisa, fatta propria e applicata dai progettisti e daglisviluppatori di tecnologia, dai formatori e da tutti coloro che, a variotitolo, si occupano di comunicazione e sono responsabili della distribuzionedell’informazione;
b) le competenze tiflo-tecniche, tiflo-informatiche e tiflologiche dovrannoritrovare nella preparazione dell’esperto docente di informatica la capacità dileggere, interpretare e codificare l’ineludibile soggettività che sussiste nelrapporto tra fruitore e usabilità dello specifico strumento tecnologico;
c) la promozione, la pubblicità, la scheda tecnica di assemblaggio dellacomponentistica e il manuale utente di un qualsiasi dispositivo dovrannomuovere da valutazioni e da validazioni fondate su metodi scientifici dirilevazione di accessibilità e usabilità.

Spero, mi auguro, sono convinto che in particolare per quest’ultimo aspettol’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e le strutture ad essacollegate sapranno sostenere sui versanti tecnico e politico un percorso checondurrà alla formalizzazione di un sistema di certificazione normato eautorevole. In tal senso, la stretta collaborazione con le autorità competenti,con i produttori, i fornitori e i vari portatori d’interesse caratterizzerà unaprospettiva che nel prossimo futuro consentirà di varcare nuove frontiere edesplorare sorprendenti scenari nelle interazioni uomo-macchina-disabilità.

Proposte formative.
Per tracciare ulteriormente il perimetro entro il quale si articola il nostroragionamento attorno all’accessibilità, alla tiflo-informatica, allatiflo-info-didattica e alla didattica inclusiva, occorre prendere inconsiderazione altre determinanti variabili.
In effetti, la definizione dei programmi dei percorsi formativi di informaticadi una qualsivoglia tipologia rivolti ai ciechi e agli ipovedenti, volendonaturalmente generalizzare, è influenzata da interferenze esterne nontrascurabili. Vediamo schematicamente alcuni elementi utili per laprogettazione di un corso.
1. Scopo della proposta formativa: formazione di base; formazione avanzata;formazione mirata a specifici argomenti (ausili hardware o software);formazione specificatamente funzionale ad apprendimenti di altre discipline.
2. Destinatari della proposta formativa: corso individuale; corso di gruppo;allievi in età scolare, lavorativa, adulti (tempo libero).
3. Disponibilità di risorse economiche: assenza di finanziamento; finanziamentopubblico; finanziamento privati; corso finanziato dagli iscritti.
4. Disponibilità di risorse umane: qualifica/esperienza del docente; presenzadel co-docente/tutor; docente vedente, ipovedente o cieco.
5. Scelta degli argomenti: argomenti programmati dagli organizzatori dellaproposta formativa, suggeriti dall’allievo/i, dettati dalle circostanze (duratadella formazione, disponibilità del materiale necessario, prerequisitiriscontrati).
6. Scelta della tecnologia: tipologia dell’aula; caratteristiche degli allievi(ipovedenti, ciechi assoluti, gruppo misto); obiettivi formativi.
7. Durata del percorso formativo: disponibilità del personale, degli allievi,dello spazio-aula; tipologia e complessità degli argomenti in programma; budgeteconomico disponibile; tempistica dettata dalle regole del bando pubblico.
8. Verifica dei prerequisiti d’ingresso: allievo ipovedente, cieco; possessodel codice Braille; conoscenza degli elementi di base degli argomenti delcorso.
9. Selezione dei candidati: verifica dei requisiti per la partecipazione alcorso.
10. Fine secondario: socializzazione; sensibilizzazione.

Se l’esperienza maturata nel campo tifloinformatico ci incoraggia ad accertarecon ragionevole consapevolezza le competenze di base indispensabili per ilprofilo del docente di informatica, resta da colmare l’enorme lacunaconcernente la definizione del minimo comune denominatore volto ad attribuireai corsi un valore aggiunto, un marchio di qualità: non solo quanti e qualiargomenti vengono proposti in rapporto ad un dato tempo, ma con qualimetodologie, con quali strategie didattiche vengono affrontate le lezioni.Quindi: perché fare? quando fare? cosa fare? come fare?
Le risposte sono necessarie, ma prima dobbiamo metterci d’accordo sulledomande. Di seguito, ancora alcuni quesiti che possono far comprendere megliola delicatezza e il grado di complessità dell’argomento oggetto di analisi.
° Qual è il profilo del tiflo-informatico?
° Chi è autorizzato a fare la scuola guida e a rilasciare la patente?
° Basta il buon senso, l’intuito, l’esperienza personale per orientarsi e,soprattutto, orientare altri nella scelta fra ciò che è utile e ciò che èspreco o superfluo?
° Quali sono le competenze di chi intendiamo riconoscere e abilitare adimpartire con autorevolezza buoni consigli ed efficaci insegnamenti? Uningegnere? Un sistemista? Un esperto di tecnologia assistiva, di accessibilitàoppure di didattica informatica, di didattica generale o speciale?
° Come insegnare la tiflo-informatica? Il professionista ci aspettiamo che siain possesso di un’accertata cultura tiflologica, tiflo-pedagogica? È bene checonosca la didattica dell’insegnamento del Braille e avere propri i concetti diaptica [riconoscimento tattile degli oggetti, N.d.R.], per proporre in modoopportuno esplicative mappe in rilievo?
° Deve conoscere il percorso di insegnamento della tastiera, il significato deitasti funzione dei display Braille, l’utilizzo approfondito degliscreen-reader?
° Vediamo in questa figura un tiflologo specializzato in questioni tecnologicheoppure un informatico specializzato in questioni tiflologiche o piùprecisamente tiflo-pedagogiche?
° Quando e come introdurre il codice Braille nei percorsi di alfabetizzazioneinformatica?
° Proponiamo un metodo basato su un apprendimento mnemonico e meccanico chetrascuri il contesto oppure concettuale e logico che tenga conto delladescrizione di finestre, titoli, icone, non tralasciando di nominare elementi esimboli grafici visivi e che si avvalga del supporto di tavole in rilievo perarricchire le esercitazioni e fissare le immagini?
° La tiflo-info-didattica è altro dalla tiflologia oppure è l’altra facciadella medesima medaglia?
° Nel porre l’obiettivo didattico, ci si deve strettamente attenere allatrattazione dell’argomento oggetto dell’insegnamento (un sistema operativo, unapplicativo, una funzione) oppure finalizzarlo alla comprensione di un altroinsegnamento?
° È necessario, poi, indagare con successivi interrogativi l’altro versante:l’allievo. Quali i prerequisiti necessari per un approccio corretto ed efficaceall’avventura tecnologica? Vi è un’età in cui incominciare? Da qualiprerequisiti partire?

Giuseppe Pontiggia.
«La normalità – scrisse Giuseppe Pontiggia – sottoposta ad analisi aggressivenon meno che la diversità, rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardifunzionali, intermittenze, anomalie…»
I venti stanno cambiando
Stiamo vivendo, tiflo-logicamente parlando, momenti delicati. Si ha lapercezione, per altro, che i venti stiano cambiando di direzione. La didatticainclusiva richiede incontrovertibilmente anche risposte quantitative: è necessarioconoscere piani, regole, tempistiche, oltreché riferimenti economici certi.Elementi meramente burocratici-amministrativi dovrebbero essere comunque insubordine e conseguenti ad aspetti concettuali e teorico-pratici, i qualidevono invece essere anteposti e fungere da guida. Dobbiamo far tesoro diun’esperienza di quasi quarant’anni di integrazione scolastica che per unasimpatica coincidenza corrisponde più o meno ad altrettanti di tecnologiaassistiva.
Siamo chiamati oggi alla messa a punto di un metodo scientifico di validazionedi efficacia e di efficienza del rapporto tra tiflo-informatica e didatticainclusiva: ecco l’incognita della nostra proporzione! Qualità dellostrumento-mezzo, qualità nella veicolazione dei contenuti, qualità della didatticaspecifica, qualità nella trasmissione del messaggio. Chi si prende cura ditutto questo? Questa responsabilità non può essere ricompresa nei singolioperatori; non è più tempo degli assoli! Non esiste “Superman”! Occorre operarein team! Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di affermare che le competenzenecessarie per fare didattica inclusiva con la tiflo-informatica trovano illoro alveo naturale nelle maglie di una rete precostituita sviluppatasi attornoa quegli anelli portanti che hanno tracciato e scritto la storiatiflo-pedagogica nel nostro Paese. Soltanto se proteggeremo, difenderemo,sosterremo, promuoveremo le nostre strutture che operano in tal senso, apartire dagli Istituti per Ciechi, potremo trovare o “costruire” le rispostenecessarie per garantire un servizio tiflo-pedagogico che non facciarimpiangere il passato.
Oggi, occorre una convergenza multidisciplinare. Attività di ricerca e diaggiornamento, seminari, veri e propri corsi mirati, valutazioni di dispositivie di software, attività laboratoriali extrascolastiche. E tutte queste bellecose devono avere fonte, devono muovere da un know-how conquistato e tramandatoda chi ci ha preceduto. Affermare il principio della “qualità totale”, concettooggi tanto caro al moderno mercato imprenditoriale, è il nostro primo dovere,il primo obiettivo; ciò significa infatti erogare un servizio utile perrispondere alle reali necessità dei nostri ragazzi e delle loro famiglie.

Scontro sensoriale o multi-sensorialità?
In quale modo la tecnologia continuerà ad essere al servizio dell’uomo? Qualisaranno i parametri qualitativi di domani? Quanto e in che modo svolgerà unruolo a compensazione delle disabilità?
La progettazione di una tecnologia facile, “amichevole” e sempre più autonoma èfuor di dubbio indicatore e cartina di tornasole dell’evoluzione delledinamiche relazionali uomo-macchina. Vero è che più il rapporto uomo-device

[device = dispositivo, N.d.R.]

sarà basato prevalentemente su comandi gestuali impartiti a distanza e il solo pensiero sarà scintilla e causa di un evento esterno indipendente, tanto più il senso della vista manterrà la supremazia sugli altri sensi. Avrà dunque termine lo scontro sensoriale in atto oppure la multi-sensorialità, intesa come larga banda attraverso cui interagire con le “cose”, continuerà ad essere oggetto di attenzione da parte dei ricercatori?
Ad ogni modo, più lo strumento tecnologico si affrancherà dall’uomo, tanto più questi gli cederà potere di scelta e di azione. L’uomo avrà “schifo” persino di toccare ciò che è frutto della sua creatività, ciò di cui si serve. L’uomo prenderà le distanze da ciò che è il risultato della sua ricerca e da ciò che inventa, da ciò di cui non potrà più comunque fare a meno. In quest’ultimo scenario, allora, l’uomo non guarderà al visivo come strumento per “manipolare” il mondo, ma sarà schiacciato, soverchiato, dominato, sarà – in una sorta di ribaltamento dei ruoli – “pilotato dalla tecnologia”, dalla robotica, dall’intelligenza artificiale, da ciò che egli stesso ha realizzato per sua stessa mano e intelligenza. La disabilità e la tiflo-informatica troveranno ancora posto lungo l’asse tecnologia-didattica digitale? Potranno le tecnologie avanzate del futuro “normalizzare” ogni forma di disabilità? Ma cos’è la normalità? Ed esiste una normalità? Avrà ancora senso ragionare di didattica inclusiva?
Abbiamo imparato a dirci che nessuno può essere considerato normale. Forse, neghiamo la normalità perché non accettiamo la nostra diversità: «La normalità – sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità – rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie. Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile alla finestra. Si finisce così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l’immagine della norma» (Giuseppe Pontiggia, Nati due volte).

Nassim Nicholas Taleb
«L’antifragilità – ha scritto il filosofo, saggista e matematico Nassim Nicholas Taleb – va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora»
Se la norma si configura come pluralità di differenze, non possiamo permettere, tuttavia, che alcuno si dimentichi dei bisogni specifici delle persone che vivono in uno stato di permanente difficoltà, per condizioni fisiche, mentali, ambientali o sociali, che comportino svantaggi ed emarginazioni. È importante altresì riconoscere la necessità di non permettere al deficit di oscurare il valore della persona nella sua essenziale umanità, sottolineando le abilità, valorizzando le potenzialità di ogni individuo, richiamando il concetto tanto avverso quanto interessante di “diversabilità”.
La Pedagogia Speciale si sta occupando, alla luce dei cambiamenti sociali e culturali in atto, anche dello studio, della ricerca e della presa in carico e cura delle situazioni di vulnerabilità causate non solo da fattori biologici, ma anche personali, sociali, culturali e ambientali. Ricerca inoltre i modi possibili per favorire una riorganizzazione positiva della vita, con l’osservazione e lo studio degli atteggiamenti di resilienza ovvero la resistenza psicologica alle avversità, che rappresenta una nuova prospettiva verso la disabilità e l’handicap. Se si vuole lavorare nell’interesse della persona con disabilità, non si può partire dalle competenze burocratiche, bisogna partire da lui, crescere con lui, seguirlo in tutto il continuum della sua esistenza, individuando per lui e con lui il suo “progetto di vita”.
È peraltro da scongiurare la «tragedia della modernità: come nel caso dei genitori nevrotici e iperprotettivi, spesso chi cerca di aiutarci finisce per farci più male. Se quasi tutto ciò che è calato dall’alto (top-down) rende fragili, impedendo l’antifragilità e la crescita, d’altro canto con la giusta quantità di stress e disordine tutto ciò che viene dal basso (bottom-up) fiorisce. Lo stesso processo di scoperta è condizionato dall’antifragile arte di sperimentare e da un’aggressiva assunzione di rischi, piuttosto che dall’aver ricevuto un’istruzione regolare (e lo stesso vale per l’innovazione o il progresso tecnologico) (Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine).

Fragilità e antifragilità.
Spesso attribuiamo la causa della nostra fragilità totale unicamente a quelle tre lettere del prefisso “dis”, “calato dall’alto”, che rappresenta la negazione o la privazione di una qualsivoglia condizione di abilità. L’oppressione di quella parolina ci pervade e ci tiene compagnia dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina, ci soverchia tutti i giorni della nostra vita: cresce, vive e se ne va con noi. Come combattere la fragilità? Come rifuggirla? Esiste il suo opposto funzionale? Esiste davvero un antidoto efficace?
Cerchiamo riparo in situazioni ed eventi esterni a noi, indipendenti da noi. Le nostre generazioni, ad esempio, trovano per lo più momenti di sollievo e conforto salvifici nel rincorrere gli ultimi ritrovati tecnologici: improvvisate sperimentazioni, test senza un dichiarato scopo, promesse vaghe, si rivelano spesso specchi per allodole. L’inconscio bisogno di riprendere un po’ di fiato trascorrendo brevi istanti di evasione si traduce in rapida delusione e inevitabile rammarico; siamo chiamati a conoscere aggeggi di dubbia utilità, ausili spesso solo tali sulla carta, ultime versioni di software talvolta peggiorative; ogni volta siamo attratti con lo stesso immutato ardore e la medesima rinnovata speranza, disposti a donare la nostra unicità di persone con tutte le loro inestimabili differenze, in nome e in cambio di un’uguaglianza fatta di ipotetiche pari, fugaci opportunità; ogni volta – quasi ogni volta – riprecipitiamo giù, quando qualcosa o qualcuno mette in luce i nostri limiti, fisici o sensoriali, pronti però a ripartire, questa volta, dalla nostra segreta fortezza fatta di fatiche mai dichiarate, di sconfitte mal digerite, di intime frustrazioni alquanto corrosive.
Affrontare con avvedutezza gli ostacoli della vita, reagire prontamente agli imprevisti, abituarsi alla disabitudine, sono alcune fondamentali leve dalle quali può lievitare la crescita personale di un qualsiasi individuo, disabile o no.
Di certo, i dispositivi tecnologici sono ormai considerati vitali per tutti, dallo smartphone al personal computer; è fuor di dubbio che non riusciamo ad immaginare un mondo privo di tecnologia! Il confine, infatti, tra mondo reale e virtuale è alquanto aleatorio. Muoversi con la consapevolezza di poter sbagliare, di mettere il piede in fallo, di cadere senza appiglio, sono rischi che ormai fanno parte della nostra stessa esistenza, con i quali dobbiamo imparare a convivere fino a farceli amici.

Ecco ancora una qualità, un’altra abilità da migliorare! Ci viene in aiuto ancora una volta Nassim Nicholas Taleb con il suo illuminante lavoro: «L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora. Questa qualità è alla base di tutto ciò che muta nel tempo: l’evoluzione, la cultura, le idee, le rivoluzioni, i sistemi politici, l’innovazione tecnologica, il successo culturale ed economico, la sopravvivenza delle aziende, le buone ricette (per esempio il brodo di pollo o la bistecca alla tartara con un goccio di cognac), lo sviluppo di città, civiltà, sistemi giuridici, foreste equatoriali, la resistenza dei batteri… persino la vita della nostra specie su questo pianeta. Ed è l’antifragilità a determinare il confine tra ciò che vive ed è organico (o complesso), come per esempio il corpo umano, e ciò che è inerte, per esempio un oggetto come la graffettatrice che abbiamo sulla scrivania» (Taleb, Antifragile cit.).

Similmente antifragile è colui che ha imparato a lottare strenuamente senza risparmio per conquistare oggi un pezzetto di integrazione sociale, per poi all’indomani farselo sciogliere tra le mani come neve al sole; riafferrarlo ancora e poi di nuovo vedere svanire i propri sforzi il giorno successivo…
Combattere i pregiudizi più intimi, le convinzioni più radicate, le false credenze più diffuse, presuppone forza di volontà, perseveranza, determinazione, decisamente altro e di più del saper resistere. Ad esempio, l’applauso di quando attraversi l’incrocio “alla grande” schivando le auto e azzeccando il passaggio tra le aiuole dello spartitraffico oppure l’ovazione corale di quando imbocchi la scala della metropolitana senza fallire il primo scalino, pèrdono di spontaneità e di gratitudine al primo “oh” urlato, allorché sbatti contro un palo, lì, per caso, oppure ti adagi su una bicicletta mal posta sul marciapiedi; il consenso di stupore che si coglie nel salire in scioltezza i gradini del tram si trasforma in solidarietà compassionevole, quando vieni assalito dai numerosi e rumorosi benefattori sempre pronti a cederti il posto a sedere; la meraviglia smisurata di come accarezzi lo schermo di uno smartphone si alterna allo scetticismo nel momento in cui il software di navigazione ci fa sbagliare percorso o numero civico, quasi che in fondo la colpa sia da ricondurre all’utilizzatore.
L’integrazione sociale serpeggia tra il caso, la casualità, il disordine, la volatilità e i fattori di stress: l’integrazione sociale non è lineare ed è anche per questa ragione antifragile, si evolve alla stregua dei sistemi più complessi.

L’inclusione e i “cigni neri”
Il ragionamento calza alla perfezione affrontando le tematiche segnatamente correlate all’inclusione scolastica. Vi è la tendenza a generare reazioni a catena che escono dal controllo e riducono, o perfino annullano, le certezze di un’oculata pianificazione, provocando quindi eventi fuori misura.
Se da un lato il mondo odierno sta senz’altro accrescendo le proprie conoscenze tecnologiche, dall’altro, paradossalmente, rende le cose molto più imprevedibili. Ora, per ragioni connesse all’aumento di ciò che è artificiale, all’allontanamento dai modelli ancestrali e naturali e alla perdita di robustezza causata dalle complicazioni che si incontrano creando qualsiasi cosa, il ruolo degli eventi rari (i “cigni neri” di Taleb) sta assumendo sempre più importanza. Inoltre, siamo vittime di una nuova malattia, la neomania, la quale ci porta a costruire sistemi vulnerabili alla stregua del “cigno nero” nel nome del “progresso”.
Il percorso dell’inclusione scolastica oscilla in continuazione e si appoggia ora sul pilastro tecnologico e dell’accessibilità al digitale e al materiale di studio, un po’ meno sul pilastro dell’orientamento e della mobilità, talvolta sul pilastro della relazione con i compagni e con gli insegnanti, molto raramente sul pilastro dell’indipendenza e della libertà di pensiero.
Ricercare un equilibrio che favorisca una crescita armonica dello studente significa contemplare l’imprevisto, accettare il rischio, mettere in luce punti di potenziale vulnerabilità. Per questa prospettiva occorrerebbe un’inequivocabile convergenza interdisciplinare fra le componenti che concorrono al processo inclusivo, la qual cosa non è scontata per molteplici ragioni: diverse sensibilità individuali; differenti livelli di conoscenza delle implicazioni correlate alla disabilità visiva; visioni diverse dei processi educativi; problematiche inerenti alle difficoltà di tipo organizzativo, concernenti gli incontri di confronto e di pianificazione.
Proteggere i nostri ragazzi dalle insidie del sistema equivale, d’altra parte, a conservare lo status quo e ad optare per la via più facile, quella cioè della rassegnazione al loro futuro di permanente fragilità. Come siamo fieri ed orgogliosi del nostro operato di tutor, quando il nostro studente (modello o “cavia”) dà prova di saper utilizzare la tastiera di un computer a dieci dita, di saper aprire con presunta rapidità una cartella o un documento digitali, di saper far scivolare con destrezza due dita sullo schermo piatto di un dispositivo interattivo; come siamo contenti… Urliamo per questo al successo inclusivo! Così, in qualche modo, siamo, ahimè, colti di sorpresa, ci deresponsabilizziamo e non sappiamo meravigliarci neppure più, dinanzi alla scarsa autonomia che egli mostra nel riporre in modo maldestro la “cavetteria” e tutta la tecnologia di cui dispone nello zainetto oppure di fronte allo smarrimento che vive nel tentativo di raggiungere la porta di uscita dell’aula. Come sappiamo profondere elogi in abbondanza nel vederlo navigare tra intestazioni e tabelle con buona disinvoltura, presentandolo come un piccolo fenomeno, così non siamo in grado di dargli suggerimenti appropriati e di fornirgli strategie efficaci e metodologie adeguate al momento di rielaborare e di concettualizzare i contenuti della pagina.

Le dinamiche che sottintendono a questo composito sistema sono parallele, interdipendenti, talora si compenetrano; una lettura che non sia superficiale può avvenire compiutamente da un acuto osservatore esterno in grado di coglierne gli effetti generali o, comunque, richiede uno scambio consapevole condotto costantemente dal gruppo degli operatori. L’insegnamento dell’informatica e la possibilità di accesso a strumenti tecnologici, da soli, non determineranno la bontà di un percorso di inclusione, così come la relazione con uno, due compagni non indurrà a persuadere che il nostro allievo si senta a proprio agio nelle attività di gruppo. L’inclusione scolastica è la somma degli istanti che costituiscono una parte della nostra vita! Avremo creato condizioni di vera inclusione solo quando nei nostri ragazzi i momenti di autentica serenità prevarranno su quelli difficili. La fonte dell’umana gioia consiste nel sentirsi liberi da ogni paura, ansia, stress, frustrazione e non fa preoccupare di nulla; la fonte dell’umana gioia è quando ciò che fai ti tranquillizza e ti insegna qualcosa, continuamente; quando ti senti bene ogni volta che commetti un errore, perché sai che stai imparando qualcosa. Le sensazioni che sapremo far loro provare influiranno sulla loro salute, sulla loro autostima, sulla qualità delle relazioni che sapranno tessere con gli altri e sulla loro vita. Che siano quindi meravigliose!
Disciplina, sforzo, determinazione: tre qualità le cui ricompense saranno sorprendenti!
Una didattica, per poter essere definita “per tutti”, deve avere tra gli obiettivi primari quello di stimolare gli studenti a darci dentro per ottenere qualsiasi cosa desiderino; ad essere orgogliosi di se stessi e darlo a vedere; ad avere il controllo di ogni cosa che fanno e che devono fare; ad amare la vita e adorare di stare in compagnia. I momenti difficili sono, appunto, solo momenti che ti fanno diventare persona migliore. In fondo in fondo, occorre sapere che quegli istanti servono per imparare delle preziose lezioni. I nostri ragazzi si sentiranno realmente felici, rilassati, fiduciosi, centrati e lucidi riguardo ad ogni cosa, quando sapranno godere della loro libertà. Ci sarà integrazione totale quando saranno tutti individualmente liberi, non prigionieri cioè dei propri limiti fisici, ma soprattutto dei limiti dei propri pensieri, della propria mente. Solo allora potremo sostenere che avranno raggiunto la piena integrazione sociale e inclusione scolastica; solo allora potremo apprezzare gli effetti di una didattica inclusiva.
L’insegnamento dell’utilizzo ancorché basico del personal computer e della tecnologia assistiva avrà tanto più raggiunto il suo scopo inclusivo quanto più saprà richiamare, ricomprendere e contemplare i valori appena menzionati. Un insegnamento privo della competenza info-tiflo-pedagogica si muoverà nella direzione contraria e correrà il rischio di erigere nuove e vecchie barriere attorno al nostro allievo, gettandolo nell’isolamento più opprimente, impregnato di rassegnazione, vana fatica, frustrazione. Una preparazione professionale approssimativa del tiflo-informatico e un’improvvisazione metodologica possono dare origine nel discente ad irreparabili sensazioni di sfiducia nelle proprie capacità, generando tra l’altro un rifiuto per la materia che si protrarrà nel medio-lungo periodo.
Un sistema di inclusione scolastica che intenda ambire ad elevati parametri qualitativi, allontanandosi dallo spettro della regressione storico-politica di nuove forme di emarginazioni coatte, dovrà potersi sviluppare all’insegna della trasparenza e di un costante confronto tra figure esperte, in presenza di regole certe. Diversamente, si accompagneranno le famiglie e i loro ragazzi verso una trappola che rilascerà i suoi segni negativi più indelebili.

«Le cose che imparate a scuola non sono che l’inizio. Il vero laboratorio comincia quando ve ne andate» (Richard Bandler): intanto, non ci rimane che riversare la speranza e la fiducia nei nostri ragazzi che, da soli, sono costretti a porre rimedio alle incapacità e alla vanità di noi adulti.
Alcuni versi di una poesia scritta da un poeta inglese molto malato sul letto d’ospedale racchiudono magistralmente un insegnamento che dovrebbe essere il riferimento di ogni materia; si dice che Nelson Mandela, nei suoi ventisette anni di carcere la recitasse, la interpretasse per darsi forza e coraggio: «Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanti castighi ci possano essere nella vita, ma che voi siate, ragazzi, padroni del vostro destino e capitani della vostra Anima».
Buon cammino, ragazzi, buon cammino!

Franco Lisi,
Direttore scientifico dell’Istituto dei Ciechi di Milano.