Perchè si scrive?

Oggi che il foglio virtuale restava desolatamente vuoto, da qualche giorno non succedeva ed era inevitabile che accadesse, mi sono posto alcune domande. Perchè si scrive: cosa ci spinge a farlo, e perchè ci piace che qualcuno ci legga? Così ho cercato le motivazioni che hanno indotto scrittori a scrivere, assolutamente conscio del fatto che i motivi possono essere migliaia, e che, di questo ne sono convinto, chi più legge, più è in grado di scrivere. HO trovato un testo di Primo Levi che enumerava 9 motivi per cui uno è indotto a scrivere ma, precisa, che ciascuno potrebbe trovarne mille altri. Chissà se qualcuno mi aiuta a trovarne di suoi o nuovi. Questi nove motivi li estraggo liberamente dal suo testo.
“Non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre. Perché, dunque, si scrive”?
1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato. Difficile pensare ad un artista così puro di cuore!
2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente  è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.
3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.
4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi “sa” come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.
5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.
6) Per liberarsi da un’angoscia. spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.
7) Per diventare famosi. credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.
8) Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi pare giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.
9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per “tener viva la firma”. Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.
Sicuramente più dignitoso il silenzio. Ovviamente poco da aggiungere, anche se Primo Levi non poteva forse neppure immaginare internet e i blog. Io fondamentalmente scrivo per una ragione: ho bisogno di riordinare, classificare e distillare idee; non per farmi delle idee immutabili, piuttosto per non mutuare pedissequamente giudizi premasticati dagli altri. Capita quindi che mi attraversi un pensiero, una intuizione: ci lavoro, la ripenso, leggo e alla fine, per evitare che l’idea venga schiacciata dalla mole di altre idee e dati, la devo mettere per iscritto. Probabilmente se scrivessi un racconto o un romanzo avrei altre motivazioni ma, è appurato che non sono uno scrittore e che il mio intento è ben più modesto. E allora quale è di questi o di altri il vostro motivo preferito, ammesso che abbiate avuto il coraggio di arrivare alla fine?

IL TEATRO ON AIR “ACCESSIBILE” CHE SI AFFIDA SOLO ALLA PAROLA.

Da ” Redattore Sociale del 02-01-2019″.

Nessuna scenografia, nessun costume, un cartellone compostointeramente da spettacoli di lettura: è Teatro on air, il teatro pensato per chi, di solito, a teatro non riesce ad andare. Il pubblico potrà essere presente in sala o seguire gli spettacoli tramite la web radio dell’Istituto dei Ciechi di Bologna.

MASSA MARITTIMA. Portare il teatro alle persone che hanno difficoltà a raggiungerlo: persone cieche, con disabilità, malate e anziane. Un’intera stagione teatrale accessibile che rinuncia alla scenografia, ai costumi, alle azioni e si affida solo alla parola. Si chiama Teatro on air e il suo cartellone è composto interamente da spettacoli di lettura. Tutti gli appuntamenti andranno in scena all’ex Convento delle Clarisse di Massa Marittima: il pubblico potrà essere presente in sala, ma potrà seguire gli spettacoli anche online in diretta, gratuitamente, tramite la web radio dell’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza.

Teatro on air prenderà il via il 9 febbraio per concludersi il 4 maggio. Parte del cartellone è in via di definizione, ma alcune date sono già state confermate. Il giorno del debutto Giuseppe Cederna porterà in scena “Odisseo il migrante”; il 9 marzo Paolo Sassanelli reciterà il “Grande inquisitore di Dostoevskij”; Ivano Marescotti il 30 marzo sarà sul palco con “L’uomo nell’astuccio di Cechov”; il 4 maggio, la serata conclusiva, sarà la volta di “Parole note live”, con Giancarlo Cattaneo e Maurizio Rossato di Radio Capital.
“Sono tutti spettacoli di qualità, scelti e concordati con gli interpreti per poter essere fruiti in questo modo – spiega Massimiliano Gracili dell’associazione grossetana Liber Pater, direttore artistico di Teatro on air –. La fruizione dal vivo sarà identica a quella per radio: vogliamo contribuire allo sviluppo culturale di un territorio e compiere un atto di generosità a favore della collettività, dei giovani e delle persone meno fortunate. Non è stato un percorso semplice, abbiamo incontrato tanti problemi: la Siae, per esempio, non prevedeva norme per regolare iniziative di questo tipo”.

È possibile sostenere il progetto partecipando alla campagna di crowdfunding lanciata per l’occasione: “Mi chiamo Sonia e ho 53 anni – si legge nella presentazione –. Sono cieca, amo il teatro e le storie. Mi piacciono talmente tanto che, nonostante la mia cecità, faccio parte di una compagnia di teatro amatoriale”. Sonia è Sonia Lenzi, membro da anni di Liber Pater. “Andare a teatro, raggiungerlo fisicamente, per quelli come me è molto difficile, spesso impossibile, e quando riesco ad andarci ho bisogno di qualcuno che mi descriva e spieghi ciò che sta avvenendo. L’accesso alla cultura per moltissime persone non è affatto facile: così abbiamo deciso di provare a realizzare una stagione teatrale che colmasse almeno in parte la disuguaglianza che c’è tra chi può muoversi autonomamente e chi non può”. Liber Pater da anni propone letture ad alta voce, lo scorso aprile ha realizzato Parole e voci, festival di lettura scenica: “Collaborare con una persona cie ca, imparare a conoscerne le necessità, è stato fondamentale per convincerci a lavorare in questa direzione. Il suo apporto è stato innegabilmente importante”.

Il progetto, realizzato da Liber Pater con la cooperativa Arcobaleno e il sostegno del Comune di Massa Marittima, è frutto della collaborazione tra Unione italiana ciechi e ipovedenti, Lega italiana lotta alla distrofia muscolare, Anmil e Favo, la Federazione Italiana delle associazioni di volontariato in oncologia. (Ambra Notari)



A RICORDO DI UN BEL MOMENTO CULTURALE, SUL BUIO E LA LUCe.

Lo scorso 27 dicembre, praticamente lo scorso anno, ho partecipato ad un momento di festa organizzato dall’associazione Colibrì. Si è trattato di un momento di scambio di frammenti di letture che ciascuno ha proposto sul tema del buio e della luce: seguito da un ottimo rinfresco. Ho avuto modo di leggere, nella circostanza, un minuscolo frammento tratto da un libro di uno scrittore non vedente che conosco. L’autore Roberto Turolla in questo libro “I racconti del buio”, ambienta i suoi racconti al buio appunto, dove i colori, con hanno una valenza così determinante come il resto della letteratura. Mi piace lasciare in questa circostanza alcune parole della sua postfazione.

“Gran parte delle persone vedenti forse non ha mai nemmeno immaginato che cosa voglia dire per un non vedente scrivere narrativa. Eppure credo sia davvero importante che se ne parli, affinché le disabilità escano dal recinto delle forme difettose e vengano invece percepite e trasformate in abilità precise, regolate da tecniche proprie. In questo modo i normodotati possono superare un’involontaria o pigra modalità pietistica di rapporto col disabile ed entrare in una piena e completa parità, seppure su territori diversi.
In sostanza è soltanto la conoscenza profonda del mondo dell’altro che cancella, azzera e annulla le distanze, perché se il vedente entra in profondità in relazione con il mio meccanismo compositivo e per così dire osserva la mia mente che si muove alla ricerca di parole che non posso marcare con l’etichetta visiva capirà che, semplicemente, funziono in un modo diverso dal suo, che sono una persona con caratteristiche proprie, anche se diverse dalle sue. In questo modo sparirà ogni forma di pietismo. Molte persone rispetto alla disabilità adottano comportamenti pietistici in buona fede, soltanto perché non hanno strumenti per comprendere che vi sono abilità altre dalle proprie, quindi non sanno come intercettare quel problema che il disabile segnala. Se invece le persone vengono messe al corrente del meccanismo, del motore operativo di un disabile si rendono conto che è semplicemente un altro motore, non che manca il motore”.

IL VALORE DEL SILENZIO NELLA COMUNICAZIONE.

In un articolo precedente avevo analizzato la potenza delle parole, nel bene e nel male: (le parole sono chiodi), tanto per autocitarmi.
Qui mi piace parlare del silenzio nella comunicazione, della necessità del silenzio, del suo potere. La musica è fatta di note ma anche di pause. Il vero oratore che utilizza le parole in modo fluente,è colui che sa arricchire il suo eloquio con pause che dosa saggiamente per dare enfasi, per catturaremahgiore attenzione. I discorsi più significativi sono preparati da lunghi silenzi che ci servono a riordinare il groviglio dei nostri pensieri. Il silenzio, quando non è un muro di gomma e diventa allora negativo, consente di recuperare serenità nei confronti troppo serrati. Se io sono ahgressivo e l’interlocutore sta in silenzio, io sono costretto a fermarmi per capire questa reazione. Il silenzio poi, è fortemente legato all’ascolto: è ovvio, più facciamo silenzio e più ci predisponiamo all’ascolto, e sappiamo quanto questa pratica sia importante e disattesa dai più. Si ledge e si scrive in silenzio, si Prega in silenzio anche se non sempre, le cose più buone le mangiamo in silenzio, si pensa, quando lo facciamo, in silenzio, si dorme anche in silenzio. Quante frasi e proverbi di saggezza popolare magnificano il silenzio/
(Un bel tacer non fu mai scritto), (la parola è d’argento, il silenzio d’oro).
Ma dunque dovremmo tacere più spesso? si certo, sarebbe davvero meglio.

LE PAROLE SONO CHIODI CHE LASCIANO IL SEGNO

Conosciamo tutti il potere dirompente delle parole? sappiamo gestirlo questo potere fermandoci prima della catastrofe?
Credo proprio di no: utiliziamo le parole troppo, male e a sproposito. I linguisti ci raccontano che il nostro lessico è sempre più povero e contaminato; a volte addirittura disconosciamo il significato delle parole che utiliziamo e generiamo fraintendimenti che scatenano la nostra aggressività. Quante volte diciamo “io dico sempre quello che penso, non sono mica un ipocrita”! oppure, “io sono uno che si arrabbia subito, ma poi gli passa”,sfoderando la spada della parola ferendo indiscriminatamente, soprattutto le persone che più amiamo. Quante famiglie traumatizzate e divise irrimediabilmente da un solco di parole pronunciate con violenza senza freni. E quante situazioni salvate da qualcuno che si è fermato in tempo frenando il fiume di parole che aveva dentro, bloccando situazioni incresciose. Siamo sicuri che le persone dicono sempre ciò che pensano? sarebbe un vero guaio: provate ad immaginare un mondo dove si manifestano tranquillamente tutti i pensieri!
Le parole sono chiodi dunque, lasciano un segno e spesso le richieste di perdono non possono più essere ricevute, ci si è spinti troppo oltre. Non parliamo poi delle parole che, vomitate nei social, distruggono reputazioni, instillano dubbi, causano divisioni insanabili, che meriterebbero approfondimenti ulteriori.
Per fortuna le parole possono anche sanare, ricostruire, recuperare, riunire. Tutto dipende dall’utilizzo che ne facciamo, dal nostro cuore; la parola è un semplice strumento nelle nostre mani. Cerchiamo, per quanto ci è possibile, di porre una maggiore attenzione all’impiego che ne facciamo. Ricordiamocene quando ci relazioniamo con i nostri cari, quando affrontiamo persone che non sono propriamente empatiche. un po’ di diplomazia e soprattutto la gentilezza conquistano più della violenza e dell’aggressività.